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Storia di un gatto di nome Matisse

di Lorenzo Palombo
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Pubblicato il 18/10/2020 13:26:16

 

A tutte le vittime del Covid-19, incluso Luis Sepùlveda.

 

A tutti i nostri animali domestici che ci hanno dato conforto in questi mesi d’inferno, soprattutto i veri M., C. e N.

 

 

 

C’era una volta, 

un piccolo gatto dagli occhi azzurri e dalla pelliccia argentata di nome Matisse, che era stato adottato da una famiglia composta da un Padrone, una Padrona, due bambini (chiamati affettuosamente da Matisse “Padroncino 1” e “Padroncino 2”) e un cane di nome Caruso. 

Loro vivevano in una piccola città, le cui strade si svuotarono a causa di un’emergenza sanitaria che obbligò i due Padroncini a rimanere a casa e ad incontrare i loro maestri e compagni di scuola davanti allo schermo di un computer; anche il Padrone era costretto a rimanere a casa, escludendo le volte in cui portava Caruso a fare delle passeggiate, o quando andava a fare la spesa; la Padrona, invece, era l’unica che poteva uscire con il solo scopo di salvare più vite possibili, essendo un medico.

 

Durante quello stato di emergenza, i due Padroni riuscivano a mantenere la calma, e anche la giusta distanza di sicurezza, mentre i due bambini non facevano altro che piangere e litigare fra loro, non potendo uscire per andare al parco giochi, o al cinema con i loro amichetti.

Accorgendosi del disagio che c’era in casa loro, Matisse tentò di consolarli invitandoli a giocare ad acchiapparella; tale gioco, per Matisse, consisteva nel nascondersi sotto, o in mezzo a qualche mobile presente in casa, e ad afferrare i talloni dei bambini con la zampetta, per poi correre all’impazzata, con il desiderio di essere rincorso da entrambi i padroncini. I due bambini però non gradivano il gioco, perché qualche volta le unghie di Matisse, senza volerlo, gli graffiavano i talloni; in lacrime, Padroncino 1 e Padroncino 2 non facevano altro che dirgli: <<mi hai fatto male! Sei un gattino cattivo!>>, spezzando il cuore al povero Matisse. 

La Padrona, invece, essendo esausta a causa dei turni in ambulatorio e per le pulizie in casa, trovava sempre dei punti e graffi sulle poltrone e tappeti lasciati da Matisse, e non solo: c’erano anche dei batuffoli di peli che s’incollavano su diversi tessuti e sui vestiti; di conseguenza la Padrona lo metteva in punizione chiudendolo in terrazza, per evitare che il gatto commettesse altri guai.

L’unico amico che gli era rimasto era senz’altro Caruso, ma poi scoprì che entrambi i Padroni lo avevano portato in una pensione per cani per farlo svagare, dicendo ai loro figli che in casa non c’era abbastanza spazio per lui. 

Per un intero mese, Matisse passò le sue giornate in terrazza tra la lettiera, la ciotola d’acqua e quella dei croccantini; o a salire sui mobili per pulirsi o per dormire. 

Sempre in terrazza, incrociò spesso un gatto certosino di nome Oliver, che abitava nel palazzo accanto a quello della famiglia di Matisse. 

Per passare il tempo, Oliver gli diede degli aggiornamenti riguardanti il mondo esterno: come già sappiamo, le strade si erano completamente svuotate, ma a metà giornata Oliver trovava sempre degli umani che formavano delle lunghe file davanti ai supermercati e che indossavano delle mascherine buffe, mentre gli animali erano liberi di girare in ogni dove, essendo immuni alla malattia invisibile che stava colpendo tutti gli umani. Ogni volta che scendeva per strada, Oliver non aveva incrociato solamente dei cani e gatti randagi, ma anche diverse anatre, galline, pavoni, cinghiali e cavalli!

<<Ma perché gli umani indossano sempre delle mascherine?>> miagolò Matisse;

<<Per proteggersi, sciocco! A loro non è concesso abbracciarsi, toccarsi, prendere l'autobus ... a dire il vero non possono neanche starnutire! E poi alcuni di loro non indossano solamente delle mascherine, ma anche delle tute bianche o arancioni per proteggere i loro corpi; questi ultimi sono i peggiori, perché quando inziano a parlare, o a respirare, le loro voci sono così ovattate che sembrano dei mostri>> rispose Oliver.

Anche se gli animali non potevano ammalarsi, Matisse non si era mai sentito così a disagio per quei cambiamenti così drastici; solo le abitudini di Oliver, in realtà, erano rimaste quelle di sempre, perché, a differenza di Matisse, non era sterilizzato e di conseguenza lasciava sempre una lunga scia di gatte sedotte e abbandonate e con dei cuccioli che vagabondavano per il quartiere; spesso Oliver si univa anche ai gatti di strada e di casa per cacciare dei topi, visto che erano aumentati durante la quarantena degli umani; anche se c’era il rischio di competere con dei gabbiani che si trovavano di passaggio, in città, per cibarsi di quei roditori come alternativa alle aringhe.

Oliver invitò Matisse ad unirsi alla caccia insieme a loro, quando tutti i padroni sarebbero andati a dormire, però Matisse miagolò: <<sei sempre gentile ad invitarmi, ma ho sentito dire che Caruso tornerà domani, e vorrei essere presente>>;

<<Beh, se dovessi cambiare idea, trova un modo per farti rimettere in terrazza dopo cena>> miagolò Oliver prima di saltare con grazia dalla terrazza di Matisse fino a quella di casa sua.

Proprio come aveva miagolato Matisse, Caruso tornò a casa il giorno dopo, ma era cambiato: un tempo era un cane vivace, giocherellone ed estroverso, ma in quel momento era dimagrito un sacco; ed era triste e stanco: non faceva altro che passare tutte le giornate steso sul divano o sul tappeto a fare compagnia ai Padroni mentre guardavano la televisione, anche se non mancavano le tradizionali passeggiate.

Matisse e i due padroncini lo invitavano sempre a giocare con loro, ma Caruso abbaiò in una maniera fioca dicendo: <<Ora no. In questo mese ho corso così tanto che sono distrutto, ma presto mi riprenderò. Ve lo prometto.>>

Quando Caruso riacquistò le forze, però, i Padroni avevano già adottato un altro gattino dal pelo nero e corto di due millimetri, che si chiamava Nerone. Essendo appena svezzato dalla mamma, il piccolo Nerone emetteva dei miagolii così squillanti e acuti che facevano passare le notti in bianco ai Padroni e agli altri animali.

La situazione peggiorò quando Nerone cominciò a girovagare per tutta la casa: non faceva altro che salire su tutti i mobili, occupando alcuni posti preferiti di Matisse; poi s’intrufolava spesso in alcuni spazi stretti e pericolosi: sotto il divano, sotto il frigorifero e sotto la lavastoviglie; e le sue unghiette erano così lunghe e affilate che si incastravano sempre sulle lenzuola o su una conca del divano lasciando dei buchi ben visibili.

Quando si trattava di giocare con Matisse e Caruso, invece, Nerone si mostrava alquanto vivace e a tratti dispettoso. Però i due Padroncini non permettevano a Caruso di avvicinarsi al gattino per il solo timore che potesse "mangiarselo", essendo il più grosso rispetto ai due felini; con Matisse, invece, era più complicato: il gattino più piccolo non occupava solamente i suoi posti preferiti, ma aveva cominciato a rubargli la lettiera e la ciotola; e gli strappava anche qualche pelo dal petto e dalla coda (scambiando quest’ultima per un pon-pon), senza accorgersi però che gli stava facendo male.

Nonostante tutto, la famiglia non faceva altro che coccolare quel gattino nero e consolarlo per aver perso sua madre, mentre il povero Matisse cominciò a sentirsi abbandonato da loro.

Una sera, la Padrona lasciò Matisse ancora una volta in terrazza per evitare di trovare altri peli argentati in casa, e in quello stesso momento, incontrò nuovamente Oliver che stava fuggendo da una di quelle gattine che gli voleva presentare i suoi cuccioli.

Non appena la gatta si allontanò, Oliver riferì a Matisse che quella sera stessa ci sarebbe stata un’altra caccia ai topi, e gli chiese se stavolta avrebbe partecipato.

<<Ok, ci sto! A che ora ci vediamo?>> domandò Matisse;

<<Fatti trovare su questa terrazza tra quattro ore. Ti troverò io>> miagolò Oliver, prima di saltare ancora una volta sul terrazzo del palazzo accanto.

Non potendo lasciare un messaggio scritto come fanno di solito gli umani, Matisse dovette andare da Caruso per riferirgli della sua imminente evasione.

Il cane abbaiò: <<ma sei scemo? Non hai camminato per strada da solo, né di giorno né di notte! Potrebbe essere pericoloso!>>; Matisse, invece, miagolò: <<starò via solo per una notte! Prometto che arriverò prima del risveglio dei Padroni>>;

<<Ma non porti nemmeno il collare; potresti finire catturato da un accalappiacani!>>;

<<Ma smettila, gli accalappiacani non esistono da più di vent'anni!>>;

<<Credimi, esistono ancora! Dovevi sentire tutti quegli animali che ho conosciuto in quella pensione! E poi so bene il motivo per cui stai facendo questa scemata: è che non sopporti l’idea di essere rimpiazzato da un altro gatto>>;

<<Anche se fosse? Tu non sai cosa vuol dire sentirsi rimpiazzato dall'unica famiglia che hai; e poi non me la prendo solo con loro, ma anche con te! Un tempo eravamo inseparabili, poi te ne vai in campagna per un mese e torni a casa così triste e stanco che non hai più voluto giocare con me!>>;

<<Hai perfettamente ragione, Matisse; so di non essere stato un buon amico e ti chiedo scusa. Però ti scongiuro: non andare! Qui fuori c'è gente che sta male, molto male; e le strade non sono sicure nemmeno per gli animali>>;

<<Non provare a darmi ordini: sei tu il cane, non io, perciò ho il diritto di uscire quando voglio!>>

Dopo aver sentito questo, Caruso gli diede il permesso di uscire, a patto che Matisse rientrasse a casa prima delle sei del mattino.

Quando si erano fatte le dieci di sera, Matisse andò in terrazza e incrociò ancora una volta Oliver, che lo invitava a saltare sulla terrazza accanto; dopo aver compiuto quel salto, Matisse e Oliver scesero da una scala esterna del palazzo per poi ritrovarsi in strada, incrociando alcuni gatti di casa che si unirono subito ai gatti randagi.

Il gruppo era capitanato da un randagio di nome Baxter, che aveva una pelliccia unta di un color marrone con delle striature arancioni, un orecchio strappato a morsi e un paio d’occhi gialli da far rabbrividire qualsiasi altro gatto. Nonostante questi particolari, sembrava un gatto socievole, oltre ad essere un cacciatore astuto.

La caccia consisteva nello stare di vedetta in diversi angoli di una strada, nascondendosi dietro ad un muretto o in mezzo ad una siepe, per tenere d’occhio lo sbocco esterno di una fogna e attendere l’arrivo dei topi. Quando ne spuntarono due, i gatti partirono subito all’attacco. Il primo topo riuscì a fuggire arrampicandosi ad un muretto nei dintorni, mentre il secondo venne placato da Baxter, che gli infilò un’unghia in mezzo al collo per dargli il colpo di grazia.

Come per tradizione, Baxter fece a pezzi il topo morto per mettere su un banchetto. Ogni gatto presente si gustò la sua parte del bottino, inclusi Baxter e Oliver. L’unico a non aver toccato cibo era Matisse che, essendo abituato a mangiare solamente dei croccantini di carne e pesce, o a cacciare lucertole e gechi, non nascose un’espressione di disgusto alla vista di quell’avanzo.

Per questo motivo, tutti gli altri gatti lo istigarono a mangiare quel pezzo di topo, ma Matisse si rifiutò di eseguire l’ordine; di conseguenza, gli altri gatti lo presero in giro chiamandolo “fru fru”, “gattino da salotto” e “cocco della Padrona”.

Per far zittire tutti quei gattacci, Matisse decise di raccogliere quell’avanzo di topo con la propria zampetta, senza farlo avvicinare alla sua bocca. Per un istante, rivolse lo sguardo ad Oliver, nella speranza che egli potesse intervenire in suo aiuto, e invece gli miagolò: <<Avanti, Matisse! Non farmi fare brutte figure, mangialo!>>

Mentre Matisse stava tentando di mangiare quel pezzo di topo, una bottiglia di birra vuota scese in picchiata verso il gruppo per poi rompersi in frantumi, facendo rizzare il pelo e arcuare le schiene a tutti i presenti.

I gatti si accorsero che quella bottiglia veniva dal palazzo di fronte, lanciata da un anziano scorbutico che si trovava sul balcone; egli gridò, subito dopo: <<Andate via, luridi gattacci!>> prima di lanciare un’altra bottiglia.

E appena quella seconda bottiglia scoppiò in mezzo alla strada, tutti i gatti, incluso Matisse, si separarono rapidamente dal gruppo, andando in diverse direzioni.

Durante la fuga, Matisse si ritrovò davanti ad un’ambulanza in corsa, emettendo un miagolio di spavento. Per fortuna il guidatore lo vide in tempo e sterzò nella direzione opposta. Matisse continuò a correre incrociando dei cani feroci, dei gabbiani scontrosi e diversi uomini con la mascherina dalle voci contraffatte, che fecero tanta paura al povero gatto.

Quando Matisse si trovò abbastanza lontano dai pericoli, si accorse di non trovarsi più nel suo quartiere, e non aveva la minima idea di come potesse tornarci. In quello stesso momento cominciò persino a piovere, e il povero Matisse, che non sopportava l’acqua, era costretto a rifugiarsi sotto un piccolo portico nella speranza che la pioggia cessasse; ma l’acquazzone, purtroppo, durò per tutta la notte, facendolo piangere disperatamente.

Il mattino seguente, i due Padroni e i due Padroncini, anche se indaffarati con Caruso e Nerone, si accorsero che Matisse era sparito.

 

Il Padrone lo cercò per tutto il quartiere, ma di lui non c’era alcuna traccia, per questo i due Padroncini piangevano disperati, dicendo: <<è stata tutta colpa nostra! Lo trattavamo sempre male perché abbiamo sempre passato troppo tempo con Nerone!>>; ma la loro mamma disse: <<non vi preoccupate, Matisse non ci ha lasciati, sarà sicuramente smarrito. Vedrete che io e vostro padre lo ritroveremo>>

Nemmeno Caruso si dava pace per la sua scomparsa; di certo si sentiva responsabile di ciò che gli era successo, qualunque cosa fosse. Ma poi il cane si era ricordato di una pallina con la quale Matisse giocava spesso, senza passarla a Nerone; e dopo averla annusata, Caruso cominciò a scodinzolare festosamente per poi raggiungere la porta di casa alzandosi su due zampe e grattando la superficie.

<<Caruso, ma cosa stai facendo?>> domandò il Padrone <<devi fare la pipì? Aspetta che vado a prendere il guinzaglio.>>

Subito dopo avergli messo il guinzaglio, il Padrone, munito di mascherina, aprì la porta di casa, ma Caruso iniziò a correre come un fulmine, facendo cadere il Padrone a terra.

Caruso si allontanò da casa, trascinandosi il guinzaglio con sé, mentre il Padrone lo rincorse per un breve tratto di strada.

Dopo aver fatto un lungo tragitto con delle immancabili soste per fare pipì, Caruso riuscì a ritrovare Matisse nello stesso posto in cui si era fermato durante la notte.

I due animali erano così felici di ritrovarsi che si facevano le feste a vicenda.

Mentre stavano incamminando per la strada di casa, Matisse raccontò a Caruso ogni dettaglio su quella notte folle, promettendogli che d’ora in avanti non avrebbe lasciato mai più la loro casa.

<<Non è poi così male il mondo esterno, solo se sei un cane, ovviamente>> abbagliò Caruso nel tentativo di far sorridere Matisse, ma quest’ultimo era ancora scosso per quella disavventura.

<<Ascoltami: so che non ti piace l'idea che Nerone faccia parte della nostra famiglia, ma vedrai che con il tempo imparerai ad accettarlo>>;

<<E come fai ad esserne sicuro?>>;

<<Ti ricordi il giorno in cui i Padroni ti portarono a casa per la prima volta? Loro mi adottarono esattamente un anno prima del tuo arrivo. E quando loro ti concedevano tutte quelle attenzioni avevo creduto che mi stessero abbandonando. Non hai idea di quante volte abbia voluto sbranarti per fare un dispetto a loro! Poi accadde in un pomeriggio che entrambi i Padroni ci obbligarono a passare del tempo insieme, nella speranza che io e te cominciassimo ad andare d'accordo. Se non l'avessero fatto probabilmente non saremo diventati amici, anche se può sembrare improbabile per un cane e un gatto>>;

<<Ma pensa! Non me lo ricordavo, quel periodo!>>;

<<Lo immagino, eri solamente un cucciolo. Ma ormai sei cresciuto, ed è compito tuo far sentire quel povero gattino a casa sua, sopratutto in un periodo così critico per i nostri Padroni. D'altronde la situazione di Nerone non è poi così diversa dalla nostra, o sbaglio? E poi chi meglio di te può capirlo fino in fondo, essendo un gatto anche tu?>>

Non ha tutti i torti, pensò Matisse, che gli rispose miagolando: <<Va bene, Caruso. Ci proverò per il bene della nostra famiglia; a proposito: ma come mai eri così depresso quando sei tornato dalla tua vacanza? Cos'era successo?>>;

<<Ah! Beh … Tanto per cominciare ero veramente esausto per aver corso tutto il tempo in cui mi trovavo lì; però, essendo passato un mese, ero convinto che i nostri Padroni non sarebbero tornati più, e che non vi avrei rivisto. Quando sono tornato a casa mi ci è voluto del tempo per riconoscerli, e anche per perdonarli. Questo spiega il motivo per cui dormivo sempre e perché non vi facevo le feste. Quando ho realmente capito quanto fossero dispiaciuti per avermi tenuto lontano da casa, sono tornato ad essere quello di sempre>>;

In quel momento, Matisse gli sorrise accarezzandogli il muso con la sua zampetta, miagolandogli: <<sei un bravo cane, Caruso; e spero che tu rimanga tale>>; nel sentire queste parole, Caruso cominciò a scodinzolare dalla felicità.

Quando Matisse e Caruso si ritrovarono davanti alla porta di casa, vennero accolti con calore e gioia dall’intera famiglia, incluso il piccolo Nerone, che si avvicinò subito a Matisse per abbracciarlo, miagolandogli: <<ti voglio tanto bene!>; dopo un momento di resistenza, Matisse ricambiò il suo abbraccio con un affetto sincero, come se in quel momento stesse per nascere un vero e proprio rapporto fraterno.

Caruso non era mai stato così fiero del suo migliore amico.

 


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