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Amadé e il contrappunto

di Teresa Cassani
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Pubblicato il 03/09/2022 09:37:41

AMADÉ E IL CONTRAPPUNTO


-Oh! Oh! Oh!
Che ha il cocchiere? Perché la carrozza dà questi scossoni?
Amadé si era assopito con la testa reclinata all’indietro e ora viene sballottato contro l’imbottitura dell’interno, che poco ammortizza i colpi improvvisi, mentre le nappine delle tende arrivano persino a lambirgli il viso. Viaggiare è il solito supplizio, le strade sono sempre dissestate. Il ragazzo sbuffa e raccoglie il tricorno scivolato nello spazio ristretto dove poggiano i piedi.
Stranamente il signor padre, di solito piuttosto incline alle polemiche, si limita a fissare davanti a sé un punto nel vuoto e irrigidisce i muscoli facciali senza obiettare nulla. Si è tolto la parrucca: i capelli sono bagnati e appiccicati al cranio mentre la camicia sudata pare incollarsi al corpo.
È un luglio umido e molto afoso e la quota appenninica sembra non fare differenza alcuna rispetto a quanto avviene in pianura: la pelle bolle allo stesso modo.
-Oh! Oh!
La carrozza è ferma e leggermente in bilico sul ciglione lungo la strada in salita. I cavalli nitriscono e battono gli zoccoli. Un po’ di ghiaia sta rotolando da alcuni massi allineati sul percorso.
-Che non si rompano i mozzi, mein Gott! - esclama il cocchiere. Egli sa che impegnare il Passo con questo mezzo di trasporto non rappresenta particolare motivo di tensione: il tempo è bello. Tuttavia, quel timore costante non smette di accompagnarlo, anche se proprio nell’ultima stazione di posta ricordavano che la stagione estiva è la più adatta per viaggiare, nonostante si patisca il caldo e si respiri la polvere.
Adesso la carrozza può continuare a procedere, se pur lentamente.
Tra non molto i passeggeri scenderanno e compiranno un po’ di strada a piedi. Ciò darà agio ai cavalli e permetterà di sgranchirsi le gambe. Amadé non vede l’ora di tirare qualche calcio ai ciottoli disseminati lungo il cammino, mentre Leopold osserverà il profilo dolce dei rilievi, la macchia rigogliosa dei boschi inframmezzata dal valico.
Amadé sente una risollevante gioia canterina, mentre libera a colpi di scarpini impolverati la carreggiata dai sassi bianchi e nello stesso tempo solfeggia quattro note tra le labbra. Leopold lo guarda compiaciuto e rotea lateralmente il bastone stringendo l’impugnatura d’avorio.
Padre e figlio, di ritorno da Napoli e Roma, sono assai contenti di fermarsi a Bologna.
A marzo il conte Pallavicini e altri nobili della città hanno riservato loro un’accoglienza straordinaria. Se le dame blasonate sfoggiavano gli abiti migliori, durante la festa organizzata per il compleanno di Giuseppe, figlio del conte di Kaunitz Rittberg, i musicisti e i suonatori tributavano onori soprattutto al piccolo genio. Amadé, infatti, reduce dal successo ottenuto a Londra, si è esibito nell’Accademia musicale, allestita a palazzo, riscuotendo fragorosi applausi.
Leopold non ha mancato di scrivere alla moglie: “Qui Wolfgang desta maggiore attenzione che nelle altre città italiane, poiché questa è la sede e la dimora di numerosi maestri artisti e uomini di dottrina”.
Amadé aveva trovato anche motivo per comporre. Forse erano state le preziose toilettes delle signore bolognesi che mostravano le loro grazie nel palazzo illuminato e i camerieri che distribuivano ai tavoli biscotti e cioccolata, oppure l’euforia, prodotta dalle duecentocinque lire corrispostegli per l’esibizione, a ispirargli l’idea del minuetto da inviare a Nannerl: non solo per condividere con la sorella l’attitudine musicale, ma anche per trasmetterle l’atmosfera potente e gaia del luogo.
Adesso i viaggiatori austriaci hanno appena ripreso posto sulla carrozza che sta per lasciare indietro le colline imbevute di sole e procedere alla volta della città. Una seconda visita all’antico borgo felsineo, ben più importante della prima, li attende.
“Bologna forse ha un aspetto un po’ malinconico-, pensa Leopold guardando dalle aperture- ma alcune sue parti sono decisamente artistiche: è indiscutibile l’eleganza dei portici davanti alle case, forse i più belli che si possano ammirare qui, in Italia e, inoltre, assai utili. Le tegole rosse, poi, sono così ben lavorate che non si coprono mai di muschio e di umidità”. Leopold, per un attimo, vede l’immagine di Salisburgo con le chiese del Rinascimento italiano.
La carrozza sta rallentando la sua corsa. I due bai muovono coda e criniera e avanzano splendidamente poderosi verso la cinta muraria. La costeggiano: il cocchiere è pronto a tirare le redini non appena raggiungono l’albergo San Marco appena fuori Porta San Vitale.
La servitù si occupa dei bagagli, mentre i Mozart vengono accompagnati nelle loro camere, ma sarà un soggiorno di breve durata. Amadè è galvanizzato dalla prospettiva dell’invito a Villa Pallavicini da parte del conte Gianluca. Lo esalta studiare la musica e partecipare ai ricevimenti e allo stesso tempo ha voglia di stare all’aria aperta, di montare sul dorso di un asino, come costuma tra i bolognesi, e di farsi condurre tra i campi coltivati da cui esala un odore di meloni davvero inebriante in questo periodo.
Ora si trova a far colazione con un domenicano e sghignazza in segreto sul sant’uomo che alla mattina beve vino e si rimpinza di cioccolata, panna e frutta.
La Villa in campagna è sontuosa e richiama le forme vetuste del Palazzo in via San Felice, quello in cui Amadé si è esibito e vi ha fatto uno degli incontri più importanti della sua vita: tra i musicisti e i suonatori, convenuti alla festa in onore del Kaunitz, c’era il maggior teorico e storico della musica in Italia, il francescano dallo sguardo acuto e sensibile, vera sapienza e carica umana.
È dallo studioso di gran fama, membro stimatissimo della Filarmonica, che Leopold ha avuto la proposta delle proposte. Conseguire il diploma nella prestigiosa Accademia significherà per Wolfgang lavorare presso le corti europee come maestro di cappella.
Il signor padre sa che questa è un’occasione da non lasciarsi sfuggire. Oltretutto, egli considera anche sé stesso un virtuoso cultore del pentagramma, tanto più che il reverendo Giovan Battista Martini gli ha domandato del suo “Metodo per violino”, donandogli in cambio due volumi della “Storia della musica” che va redigendo.
Amadé deve ottenere il titolo e si preparerà all’esame facendo echeggiare Villa Pallavicini di solfeggi e note di clavicembalo che, tra l’altro, piacciono molto alla contessa.
L’applicazione all’arte della fuga impronta il soggiorno bolognese con la messa a profitto dei consigli e delle indicazioni di padre Martini. Amadé si misura quasi tutti i giorni con il contrappunto osservato ma spesso cede alla tentazione di suonare i minuetti di Haydn; quando fa scorrere le dita sui tasti mostra esuberanza e non di rado si produce in gorgheggi che fanno sorridere la servitù.
È il 9 ottobre, il giorno fatidico della prova: il cocchiere accompagna i Mozart a Palazzo Carrati sede dell’Accademia, in centro città.
Amadé, durante il tragitto, pensa agli errori da non commettere, mentre dai punti di apertura della carrozza gli giunge il richiamo degli edifici intorno. È un ragazzo giovane con desiderio di spensieratezza, ma è anche attratto dal bello e non manca di ammirare le chiese come quella di S. Maria dei Servi non lontana dalla Filarmonica.
Il portone dell’Accademia, sormontato da uno stemma con l’organo, gli ispira timore reverenziale.
Amadé sale i gradini d’accesso, mentre il cuore gli batte forte.
Leopold, al suo fianco, dissimula la stessa emozione.
Sono le quattro del pomeriggio quando il ragazzo viene introdotto nella sala principale.
L’ambiente seicentesco è elegante, sontuoso. I membri della commissione siedono intorno a un tavolone massiccio e scuro posto tra due colonne che fanno da cornice all’enorme organo incorporato nella parete frontale. Le loro espressioni sono ferme e solenni: uno dei due consoles fa cenno al giovane di avvicinarsi.
Amadé avanza, deciso e intimidito, calpestando con gli scarpini lucidi il parquet che scricchiola.
Ora è di fronte al princeps Academiae che gli presenta un’antifona, un Cantus Firmus, affinché la musichi a quattro voci. Il ragazzo trema un po’ mentre afferra il foglio; quindi, viene accompagnato da un messo in una camera attigua.
Si siede al tavolo assegnatogli; intorno a lui altri eseguono le loro prove, tutte estratte a sorte dalla severa, esigente commissione.
Amadé guarda l’antifona da musicare, Quaerite primum regnum Dei. Un testo breve, tratto dall’Antifonario Gregoriano, ma l’elaborazione contrappuntistica in stile severo richiede tempo e applicazione. Amadé reprime insofferenza e pensa ai minuetti di Haydn che adora.
Poi, prende la penna adagiata nell’incavo del tavolo, intinge il pennino nell’inchiostro e sul foglio giallognolo e poroso già segnato dai pentagrammi comincia a distribuire le note.
Ha molte esitazioni e dubbi. Incespica e qualche retro pensiero poco edificante si affaccia. Perché la musica sacra deve essere tanto complessa? Gli venisse chiesto almeno di comporre e musicare una Lauda! No, sarebbe troppo facile e senza mordente, questo lo sa. Deve impegnarsi a ricordare le esercitazioni sul canto gregoriano e i consigli del maestro. Si guarda intorno. Gli altri aspiranti sono completamente concentrati sulle prove: l’antifona di poche righe richiede una sapiente messa a punto di arte combinatoria musicale.
Riabbassa lo sguardo, verga i sol, i do e i re nelle varie partiture attingendo da quanto ha appreso i giorni precedenti, ma si accorge che qualcosa gli sfugge, che non sa bene come accordare le diverse voci, che non padroneggia completamente le regole del contrappunto.
Poi, all’improvviso, sente una presenza accanto. Alza gli occhi: è padre Martini. Il religioso sprigiona un misto di affetto e di apprensione quasi paterni. Gli chiede di mostrargli il compito. Amadé esita. Quindi rimette la penna nel calamaio, ritrae il capo, fa aderire la schiena alla spalliera. Il francescano fissa attento con le pupille acute. Sospira, poi gira tra gli altri banchi guardando rapido. In seguito, esce da una porta laterale della stanza e si ritira nella sua biblioteca zeppa di libri. Dopo poco rientra. È di nuovo accanto a Wolfie e gli porge due fogli. Amadé li osserva e capisce. Riscrive i sol, i do, i re e tutto il resto sui pentagrammi.
Dopo mezzora, il ragazzo ritorna nella sala principale e consegna al princeps Academiae lo spartito con le partiture del contrappunto.
Quando si passa al voto, i maestri di cappella e tutti i compositori presenti esprimono, senza remore, giudizio positivo, mettendo nell’urna le palline bianche. Ad alta voce è reso noto l’esito della prova.
I seggi scostati e trascinati stridono sul pavimento: i membri della commissione si sono alzati in piedi e battono le mani all’affiliato più giovane.
Amadé esultante ringrazia, facendo l’inchino davanti al consesso degli esaminatori. Vorrebbe forse saltare in braccio a tutti gli anziani giudici, ma l’educazione rigorosa e l’imbarazzo lo trattengono.
Leopold dà un buffetto su entrambe le guance arrossate del figlio, lo abbraccia lievemente e, mentre oltrepassano il portone, pensa di scrivere alla moglie per comunicarle la bella notizia.
“Tutti si sono meravigliati che Wolfgang sia riuscito in così breve tempo, giacché parecchi hanno impiegato tre ore per musicare un’antifona di tre righe…”.
Wolfie stringe tra le mani la pergamena arrotolata e ha voglia di cantare a squarciagola: “Quaerite regnum, quaerite regnum… Ah, benedetta sapienza francescana!”
Grazie al buon mecenate, Amadé, che stava quasi iniziando a odiare l’andamento delle fughe e forse l’intero contrappunto, può pensare al suo futuro presso le corti.
E tra alcuni anni si convincerà e dimostrerà che quella del contrappunto è una forma d’arte superba con cui vale davvero la pena comporre la musica.
-Oh! Oh! Oh!
I Mozart hanno ripreso il viaggio. È un ottobre caldo e soleggiato.
Adesso il cocchiere tira bruscamente le redini per il fermo alla dogana di controllo.
Amadé reclina il capo sonnolento contro la tappezzeria rosa della carrozza: sta pensando che quegli oh! oh! oh! sono meravigliosi vocalizzi per una composizione…







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