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Per amore di Dante Alighieri

Argomento: Letteratura

di Nicola Lo Bianco
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Pubblicato il 23/11/2013 17:33:32

 Per amore di 

 

DANTE ALIGHIERI ( Firenze1265-Ravenna1321)

 

Facesti come quei che va di notte

Che porta il lume dietro e se non giova

Ma dopo se fa le persone dotte .

 

Dicono che i poeti incarnano la coscienza degli uomini.

Dicono pure che ciò è vero e che la risposta è in ciascuno di noi.

 

Qui vogliamo rendere omaggio al Poeta di sempre,

Dante Alighieri, fiorentino, onorato in tutto il mondo.

 

Quando nacque

racconta la leggenda

in cielo si accese una meteora.

 

Fu padre di quattro figli, Pietro Jacopo Giovanni

e Antonia, che si fece suora, e marito di Gemma Donati.

 

Nel 1300 a trentacinque anni

nella città assediata dalla paura straziata dal sangue , dalla violenza delle fazioni in lotta Guelfi e Ghibellini,Guelfi Bianchi e Guelfi Neri, mentre tenta con senso di giustizia e di equità di riportare pace e concordia, viene cacciato in esilio, gli si confiscano i beni

lo si condanna a morte.

 

Non rivide più la sua casa, i suoi amici, la sua Firenze.

 

Per ventanni fu ospite di città in città senza requie

solo e senza affetti.

 

Morì a Ravenna nel 1321 subito dopo avere scritto l’ultimo verso

del suo grande poema:

“l’amor che move il sole e l’altre stelle”.

 

 

 

 

Non è possibile ridurre l’esperienza spirituale di Dante alle dimensioni di un modesto profilo, tanto è grandioso il suo cammino intellettuale , morale e poetico, tanto egli spazia dall’ « uomo bestia » con le sue ignominie e le sue sozzure, ai misteri ed alla cosmicità delle cose celesti.

La Divina Commedia poi, il «poema sacro…/a cui ha posto mano e cielo e terra », è cosi’ intimamente connesso nelle sue varie parti, che è esso stesso un « cosmo » che va esplorato pazientemente seguendo passo passo il Poeta, che ci fa conoscere la sostanza delle cose del mondo che è, si’, viaggio all’Inferno, ma è anche risalita, ascesa, volontà e possibilità di liberarsi per accedere ad una visione « alta » e comprensiva della vita.

Intendiamo semplicemente trasferire sulla pagina qualcosa di cio’ che immediatamente s’impara leggendo la Divina Commedia, visto che Dante, a differenza di quanto generalmente si immagina, è di prorompente attualità, non certo nei dettagli di cronaca, ma nei fatti essenziali che tutt’oggi ci riguardano come esseri umani dotati di coscienza e ragione.

Si racconta che ancora in vita il Poeta, nella città di Verona, veniva indicato dalle donne del luogo come “colui che scende all’inferno e ne risale portando nuove dei peccatori”.

Il primo stupore è quello di sapere che tanti lettori/studiosi dilettanti, di estrazione popolare e d’istruzione elementare, si sono appassionati alla Divina Commedia. Ad esempio, un calzolaio al suo sgabello batteva chiodi e recitava, a noi adolescenti, interi canti del Poema a memoria .

Poi s’impara ad ammirare il Poeta, la sua poesia, la sua forza interiore, il suo coraggio di uomo e di artista, e si capisce perchè mai gli studenti devono studiare un poema lungo ed “aspro” di uno scrittore del ‘300.

D’altro canto, sono moltissimi quelli che credono che la poesia non ci riguarda, che non riguarda questo mondo: sarebbe lungo rispondere compiutamente a questo luogo comune, e forse sarebbe anche inutile.

Qui ci basta citare Primo Levi, l’orribile esperienza del campo di concentramento raccontata in « Se questo è un uomo », il capitolo intitolato « Il canto di Ulisse », dove lo scrittore nel pieno delle nefandezze che tendevano ad annullare l’uomo in quanto tale, cerca disperatamente, come un’àncora di salvezza, di ricordare i versi di quel canto, di trovarvi un’analogia con quella sua condizione, di trascendere cosi’ facendo, almeno per un giorno, l’inferno reale, e ricongiungersi idealmente alla parte più nobile dell’essere umano. 

Che cos’è dunque la poesia, e quella di Dante in particolare ?

Per tentarne una sintesi, qui diciamo che è anche una ricerca appassionata di libertà e di liberazione.

Questo mondo, il nostro animo, la nostra mente, ben sapeva il Poeta, sono una « selva oscura », un labirinto che ci condanna alla paura, all’infelicità, a un dolore inspiegabile, ad essere ombra di noi stessi.

La ricerca è dura, faticosa, tormentata, presuppone la conoscenza del male, anzitutto quello che si annida dentro di noi, il desiderio di superare questo male, di autocorreggersi, confessando a se stessi qual è il peccato che rode la nostra vita.

Il « peccato », questo termine che oggi appare tanto ridicolo, in Dante ha un valore eminentemente sociale: è una frattura, una divisione, un danno che si arreca a tutta quanta la comunità, e non un atteggiamento passeggero, un errore. Il goloso, per fare un esempio, non è tale perchè s’è fatto una bella mangiata, ma perchè il piacere carnale del cibo è lo scopo primario, ed in esso il peccatore racchiude il suo orizzonte esistenziale.

Per quella libertà, la prima cosa che ci insegna il Poeta è che ciascuno di noi, gli uomini in generale, hanno bisogno     di una guida, di un maestro, senza il quale « per questo aspro deserto…/a retro va chi più di gir s’affanna » .

Dante, pellegrino dell’Aldilà, si accompagna a Virgilio poeta e « famoso saggio », e a Beatrice « luce intellettual… piena d’amore ».

Gli uomini credono di procedere in avanti, sicuri di se stessi, arroganti, mentre, invero, vanno ciecamente all’indietro, perchè confondono i loro istinti, i loro scopi materiali, con la meta che più si addice alla loro qualità umana: essere interamente se stessi tenendo a bada la « matta bestialità », avere cura di coltivarsi spiritualmente, considerare se stessi e tutto cio’ che ci circonda come parte di un tutto, di un ordine universale al quale siamo chiamati a partecipare.

Tradire questo « sentimento cosmico » è principio di rovina, di smarrimento.

Questa, secondo Dante, è la vera libertà, questa è la via che dovrebbe additare all’umanità chi ha il governo del mondo, sia esso temporale che spirituale .

Fuori di quest’ordine universale, fuori di questa consapevolezza, non c’è che la « selva selvaggia e aspra e forte », « l’orrida fossa » infernale, dove l’arbitrio(quello che oggi chiamiamo libertà) si accampa sovrano, abbandonandoci all’angoscia, alla degradazione morale, a un dolore sordo e continuo.

Ora, non vorrei che si pensasse a Dante come a un giudice inquisitore: se il Poeta è giudice lo è anzitutto di se stesso, se c’è tormento, è tormento anzitutto della sua anima, per non dire della sua « pietosa » comprensione della limitatezza dell’uomo: nel suo immaginario viaggio, egli è peccatore tra i peccatori, ma è anche colui che vuole emendarsi, che infine acquista il privilegio di entrare in Paradiso, il regno della pace, della perfezione assoluta, della celeste felicità.

Il cammino che egli intraprende è anche confessione, personale e collettiva, cioè di tutte le anime che incontra nell’Aldilà, uno specchio del « male oscuro » che affligge l’umanità, ma anche della « luce » che possiamo seguire tra le tenebre.

Seguire il Poeta in questo doloroso e gioioso cammino, dall’ “ignavia” alla “Gloria di colui che tutto move”, significa imparare a guardare dentro se stessi, a guardarsi attorno, per poi accedere ad una prospettiva superiore. E cio’ non significa essere « santo » o « eroe », ma semplicemente e gradualmente porsi delle domande che non riguardano solo la nostra persona, semplicemente e gradualmente esercitare la buona volontà nello scegliere cio’ che unisce gli uomini piuttosto che cio’ che li divide .

La poesia di Dante è per l’appunto una potente e persuasiva proposta morale e intellettuale, di conoscenza e coscienza, di inquietudine estrema e di pace sognata. Essa, ed è qui la sua forza, la sua bellezza e il suo fascino, ci trasferisce in un’atmosfera che è nello stesso tempo reale e fantastica, ci fa rivivere le molte esistenze che sono compiutamente vissute, ma nello stesso tempo superate, proiettate su un piano di sogno, che è poi la nostalgia di cio’ che potrebbe essere e non è.

Insomma, la Divina Commedia ci pone insistentemente la domanda: io chi sono? Che cosa lascio dopo di me?

Anche quelli di Dante erano tempi feroci, di drammatiche trasformazioni, di guerre e violenze, ma c’era, a differenza del nichilismo di questa nostra epoca, la coscienza del male, il senso e la speranza di una sicura giustizia, la certezza in una possibile pace, c’era cioè un ordine interiore, che nel corso del secolo scorso abbiamo definitivamente perso.

La grande poesia della Divina Commedia ha a fondamento questi sentimenti e questi valori, e senza di essi non sarebbe stata possibile.

Noi ancora ci illudiamo di poter correggere il mondo con la legge scritta e « gridata » dai poteri costituiti, di impedire il farsi o il non farsi con la legalità « poliziesca », ed è un sintomo di quanto abbiamo perso di vista cio’ che è essenziale, cio’ che fonda l’uomo nella sua interezza.

Al centro della nostra attenzione mettiamo sempre il « fatto » e ad esso subordiniamo tutto il resto, per cui già Dostojeski nell’ Idiota cristianamente rimproverava : « voi guardate solo i fatti, dunque siete ingiusto » .

Dante, come tutti i grandi spiriti dell’umanità, come tutti i grandi libri che permangono pur nelle trasformazioni epocali, è profetico, perchè sa cogliere il tormento dell’uomo, cio’ che lo opprime dal profondo, cio’ che gli manca, cio’ che vorrebbe, ma non sa cercare o non sa trovare, la pace: con se stesso, con gli altri, con la natura, con l’universo che, ci insegna ancora Dante, pur se lontano è parte di questa terra.

L’uomo non capisce che è questa la felicità, che la salvezza passa attraverso la ricreazione della parte spirituale, e attraverso di essa, di quell’ordine interiore che dobbiamo imparare a ricostituire.

Voglio ricordare che Dante, nel definire la « lupa » come figura della cupidigia, l’animale che « fe’ già viver grame le genti », « che dopo il pasto ha più fame che pria », usa l’espressione « bestia senza pace », a significare che quel peccato produce le convulsioni che ci straziano, ci tiene tristi e inquieti, perennemente insoddisfatti, ci fa perdere il senso del limite, dandoci la sensazione di non essere padroni del nostro destino.

Non è facile valutare quanto l’opera di questa mente eccelsa abbia influito sul carattere degli italiani, quanto e che cosa ha lasciato nella intelligenza delle varie generazioni di studenti.

Per non dire d’altro, questo fervido credente ci ha insegnato ad accostarci laicamente al cristianesimo, a cercare prima di credere, a credere nella forza della parola ben fondata  e saggia, che è poi, dice il mio dotto amico Giampiero Giampieri, « l’unico mezzo di cui l’uomo dispone per liberarsi davvero ».

Per far sentire il senso dell’ascesa emancipatrice che ci trasmette la poesia di Dante, l’ansia di libertà e la liberazione, citiamo i tre versi finali che concludono il viaggio del Poeta rispettivamente nell’Inferno, nel Purgatorio, nel Paradiso :

 

« e quindi uscimmo a riveder le stelle»

« puro e disposto a salire alle stelle »

« l’amor che move il sole e l’altre stelle »

 

 

 

NICOLA LO BIANCO
 
 
 
 

 


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