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Quella ricchezza detta povertà

di Enzo Rega
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Pubblicato il 04/09/2020 12:00:00

 

I sentieri di Paolo Bertolani

 

   Paolo Lagazzi pratica la critica letteraria non come un’asettica notomizzazione del testo letterario, ma, accanto all’acribia esegetica, comunque acutamente esercitata, si pone in dialogo con l’autore di cui parla e pone gli autori a loro volta in dialogo tra loro, come protagonisti di una attività letteraria intesa come continua con-versazione. È ciò che risulta evidente in questo libro dedicato a Paolo Bertolani (1931-2007), autore di raccolte di poesie in italiano e in dialetto e di testi di narrativa.

    Il libro di Lagazzi, Quella ricchezza detta povertà. I sentieri di Paolo Bertolani (pref. di Davide Rondoni, CartaCanta Editore, Forlì 2020), programmaticamente “frammentario”, raccoglie nella sezione centrale Di sentiero in sentiero (Appunti, frammenti) quanto Lagazzi è andato scrivendo su Bertolani in un ventennio, dal 1986 al 2007, da Seinà [Serata] a Raità da neve [Rarità della neve](queste, come diverse altre, sono raccolte di versi nel particolare dialetto del levante ligure), e a questo nucleo si aggiungono altri capitoli scritti ex novo (Questo piccolo libro; Chi era Paolo Bertolani; Ritrovare il proprio mondo; Lettere, biglietti, cartoline in versi), pur conservando il volume un carattere non sistematico: più un collage di appunti che un arazzo critico, come dice Lagazzi stesso a proposito della sezione Di sentiero in sentiero; una considerazione che vale dunque per la parte come per il tutto.

   A proposito del carattere per più versi dialogico dell’analisi critica di Lagazzi, possiamo già notare che nel capitolo Chi era Paolo Bertolani la sua figura viene ricostruita a un certo punto a due voci, da Lagazzi stesso e da Francesco Bruno, poeta e critico tra i più fedeli sodali dello scrittore ligure, un dialogo nel quale i ricordi dei due amici-critici si intrecciano integrandosi. Bertolani è nato nel 1931 a Serra, un borgo del comune di Lerici, nello spezzino, da una famiglia di umilissime origini, cosa che non gli consente di fare studi regolari, anche se ottiene un brevetto da radiotelegrafista con il quale avrebbe potuto imbarcarsi come marconista, ma non lo fa: “non era un uomo di mare ma di terra, e questo si riflette con grande chiarezza nella sua opera, che pure evoca il mare non poche volte” (p. 16). Lavora invece, senza elevare mai una contravvenzione, come vigile urbano, tipico mestiere terrestre. Lettore “onnivoro”, ma non “indiscriminato”, mostra poco senso pratico, tanto da riuscire a stare dentro al mondo pur senza essere davvero del mondo: “Potremmo dire - afferma uno degli interlocutori - che si sentiva naturalmente portato verso gli incontri umani ma era, allo stesso tempo, un’anima schiva, un carattere refrattario a tutte le forme di esteriorità, di inautentico” (p. 20).  Ciò non gli impedisce di avere importanti frequentazioni personali: con Bertolucci a Casarola, con Soldati e Sereni, con il poeta inglese Charles Tomlison e con Carmelo Bene.

   Nel capitolo successivo, Ritrovare il proprio mondo, la poesia di Bertolani viene posta in una triangolazione con quella di Attilio Bertolucci e di Vittorio Sereni. Triangolazione che si ripresenta anche in altre parti del libro. Libro che, quasi in chiusura, propone l’analisi di cartoline o lettere in versi, estrapolabili dalle raccolte di Bertolani, o anche inedite, in cui il poeta - rafforzando il carattere della scrittura come comunicazione diretta - si è rivolto a Bertolucci e allo stesso Lagazzi. Il critico dunque non è un neutro spettatore ed esaminatore, ma entra in ballo anche con la propria biografia che si intreccia con quella degli autori che ha letto e amato. È forse una modalità che può sottrarci a quella che tempo fa Mario Lavagetto ha chiamato Eutanasia della critica (Einaudi, 2005).

   Dunque, in Ritrovare il proprio mondo Lagazzi analizza due opere fondamentali di Bertolani, Incertezza dei bersagli, raccolta di poesie in lingua italiana del 1976, e Racconto della contea di Levante del 1979, libro di prose. Stabilita una affinità elettiva tra Bertolani e Bertolucci, in merito a Incertezza dei bersagli (per la presenza di “un’affabulazione calda, spiritosa e incantevole”, p. 25), lo accosta però al momento soprattutto a Sereni, che non a caso ha firmato il risvolto di copertina. Ciò che accomuna i tre poeti è una disposizione alla narratività, che però si dispiega concretamente in modo diverso in Bertolucci e Sereni: per quanto ambedue lontani dalla verticalità di certa poesia italiana, in Bertolucci la rêverie dà un ampio respiro narrativo ai versi, in Sereni invece la pulsione al narrare comporta un serrato lavoro strutturale quasi da antiromanzo nel quale prevalgono le occasioni di dubbio. E, osserva Lagazzi, “Anche su Incertezza dei bersagli pesa una specie di dubbio preliminare, l’ombra di un non sapere, di un non poter collocare il proprio bisogno di poesia entro un quadro chiaro, entro una prospettiva storica e umana nitida, ‘positiva’, liberatoria. L’‘incertezza’ nasce dal carattere storico, ambiguo della realtà contemporanea (la ‘malizia / delle cose’) [...]” (p. 29). Ma questo libro pur centrato sull’io (a differenza del Racconto della contea di Levante), passa dal monologo al dialogo cercando un’apertura; e in questo dialogo già si rivolge a Bertolucci verso la cui poetica Bertolani si indirizzerà poi più decisamente, così come testimoniano, nella raccolta, questi versi: “grazie attilio bertolucci / della tua pacata calligrafia / del punto necessario in fondo / a una mia poesia / per i gerani in luce nella torretta / per come ti ho immaginato gatto // grande felpato in una / delle acquette guadabili / di cui ti ho parlato // per la composta allegria / che un poco ha sciolto in vista / della sera l’altra aria // la lunga nevrastenia” (cit. alle pp. 30-31).

   E, tra i due libri qui analizzati, Lagazzi coglie il movimento verso Bertolucci, nella segnalata tensione Sereni- Bertolucci: “Mentre Incertezza dei bersagli è centrato in primo luogo sull’io del poeta - sulla mente dubbiosa, sui suoi passi vacillanti - e solo di riflesso, in modo contratto, frenato, bloccato, si rivolge anche al paesaggio umano delle sue origini, Racconto della contea di Levante è un libro di ampio respiro nella sua forza di evocare il retroterra antico, ma ancora vivo e palpitante, delle vicende personali dell’autore o del suo alter ego romanzesco. Tutto qui si offre e presta al tocco della rêverie, in primo luogo il linguaggio di chi racconta e dei diversi personaggi in scena, un italiano senza tregua tinto di dialettismi d’origine serrese, un dialetto reinventato in italiano con quella libertà, quella fantasia epica e lirica, quel gusto vivo del suono delle parole che solo i grandi affabulatori orali possiedono [...]” (p. 33).

   E così è non solo della lingua, ma anche dei contenuti, nei quali all’attenzione per la realtà si accompagna “la libertà inventiva di uno sciamano dei boschi, di un mago contadino, di un ‘contafavole’ vagabondo” (p. 34).  

   Tornando alla lingua, molte sono le raccolte che Bertolani ha scritto nel dialetto delle sue terre. Al riguardo, in un modo ascrivibile all’intera opera in dialetto, ma anche al suo modo di accostarsi al mondo, Lagazzi osserva: “C’è un fondo pasoliniano in Paolo Bertolani che, fatta salva l’originalità dello stile (straordinaria, anche a un solo sguardo), potrebbe fornirci una sua prima collocazione sul versante delle culture marginali, delle lingue da salvare” (p. 47). Ma è la sua un’opera (e un’operazione) viscerale e poco ideologica. Già poco prima, a proposito di Seinà, l’esordio in dialetto, aveva scritto il critico, citando altri illustri studiosi del dialetto di Bertolani: “La lingua è, ora, un dialetto, quello del paese dell’autore (La Serra di Lerici): lingua ibrida, ‘né ligure, né tosco-emiliana, non più marinaresca, non ancora appenninica’ (Giudici); lingua difficile, scontrosa, arcana, del tutto vergine di tradizioni letterarie. Ci voleva tutta la grazia, tutto il pudore di una mano leggera come una farfalla per piegare queste ‘parole di legno’ a dire tanto: la tropa passion e gli struggimenti da non credere” (p. 43). Per il lato padano, questa lingua, continua il critico, fa pensare a Ruzante o a Folengo, come nel caso dei versi: ‘N sboco de sanguassso e ciao a tuto… Oppure a “certi sfoghi di un amaro grottesco e inerme” nel caso di questi altri versi: E doman? / Retacàe a sfangàla, con en sbèrno / en spudo en pu (“E domani? / Riprendere a  tirare avanti, / con uno squarcio / uno sputo in più” (i versi sono citati a p. 44).

   Bertolani è dunque per Lagazzi uno dei maggiori poeti dialettali. Talvolta, l’uso del dialetto può servire a mascherare una carenza di originalità, ma non è così per Bertolani, come per Baldini, per fare un altro esempio: per loro “la voce ritrovata dei dialetti è davvero un impasto profondamente vitale, denso di succhi e di umori, in grado di schiudere alla nostra stanchezza riserve inattese e lancinanti di verità umane e d’invenzione fantastica” (p. 55).

    Un tratto distintivo della poesia di Bertolani è quello di insistere su poche cose, pochi temi e pochi oggetti, come nella nudità di un “gesto testamentario” nel quale lasciare un “niente di foglie”, “un fiato d’immagini” o “un’aria di mare” (cit. a p. 5). La densità è così dunque raggiunta attraverso la leggerezza. Lagazzi ricorda come per Blanchot la letteratura nasca a partire dalle proprie rovine. Dunque, “Tutta l’opera, in versi e in prosa, di Bertolani sa ricondurre la coscienza romantica del nulla alla luce di una modernità ferita eppure mai arresa nel bisogno, nell’ansia di testimoniare la bellezza” (p. 61). Così in particolare “la poesia in dialetto di Paolo Bertolani è la trascrizione magica (nel senso di un esorcismo contro le potenze dell’oblio) delle voci disperse nel tempo della sua terra” (p. 63). La sua dunque è una “voce delle voci” e c’è una grande ricchezza nella povertà apparente di una scrittura ridotta all’osso, all’essenzialità, a una sorta di grado zero di enorme potenzialità. Ecco spiegato il titolo che Lagazzi dà al suo libro, appunto: Quella ricchezza detta povertà.

   Un percorso vario, quello di Bertolani, pur nella fedeltà a un assunto di base, i cui sentieri Lagazzi ci aiuta a ripercorrere in sintesi in uno dei paragrafi, La luce che dura della sezione Di sentiero in sentiero, e che quindi ripercorriamo insieme. Bertolani, prima di passare al dialetto esordisce in italiano con Le trombe di carta (poesia) e i già ricordati Incertezza dei bersaglii (poesia) e Racconto della contea di Levante. Nel primo libro il poeta traccia già le coordinate del proprio spazio immaginario, “un paesaggio ligure saporoso e vero” (p. 79), per accogliere nella seconda raccolta, come già sappiamo, la lezione di Sereni, e approdare quindi all’esperienza “molto più decisiva” della raccolta di prose dedicate al Levante ligure, con uno sprofondamento nelle proprie origini propedeutico alla stagione della poesia in dialetto, l’“ibrido dialetto della Serra di Lerici [che] è senza dubbio una delle più alte, intense e originali creazioni dell’ultimo ventennio in Italia” (p. 80; Lagazzi sta scrivendo nel 2007). Un’opera però, nonostante l’avallo di illustri prefatori (Bertolucci, Giudici, Bandini, Conte) rimasta a lungo ai margini (non viene inserito nell’antologia Einaudi dedicata ai poeti in dialetto), forse a causa dell’apparente e spiazzante semplicità di una poesia lontana da certe categorie del novecentismo e del postmoderno, nonché dalle ideologie e dalle avanguardie. È la sua piuttosto una poesia naturaliter religiosa che scava (potremmo aggiungere anche qui: pasolinianamente) nel senso sacro delle cose e che ritrova la della bellezza divina nel mondo stesso.

   In questo contesto può inserirsi anche la pratica della poesia come dialogo aperto con le persone care, e dunque quelle cartoline o lettere in versi di cui si diceva. Ho fatto riferimento al testo in italiano nel quale Bertolani ringrazia Bertolucci per l’influenza che la poesia del parmense esercita sulla propria. In Seinà si rivolge poi in dialetto al maestro, esprimendo il suo desiderio di raggiungerlo a Casarola:

 

Oimé, 

Tilio,

come voriéi rivàe  adè a Casarola.

Nicò con na sigòla.

Nico sbolinà.

De prima maitinà

te me dessi ’r giornale

che dae te man ae mea

i devientiai poesia.

Pu tàrdia, a tòa,

te me svachessi ’r vin

co’ ’r gàibo de na farfala.

Er sóe, aa sea, dar Gropo Sorvàn,

i ne fiài tuti rosa: te, me

e chi te sè.

Parlàndome amodìn,

l’indoman i siai lì, ’nter prado,

a portada de man.

 

(“Ahimè, / Attilio, / come vorrei arrivare adesso a Casarola. / Anche con una cipolla. / Anche trasandato. / Di prima mattina / mi daresti il giornale / che dalle tue mani alle mie / diventerebbe poesia. / Più tardi, a tavola, / mi verseresti il vino / con il garbo di una farfalla. / Il sole, alla sera, dal Groppo Soprano, / ci farebbe tutti rosa: tu, io, / e chi sai. / Parlandomi adagio, / il domani sarebbe lì, nel prato, / a portata di mano”; versi riportati a p. 90). Un bell’esempio di poesia amicale e conviviale, di una convivialità immaginata sull’onda presumibile del ricordo degli incontri precedenti: Paolo partirebbe subito, anche trasandato e con il solo dono d’una cipolla per riassaporare i momenti  in compagnia di Attilio e della sua garbata ospitalità.

   Questo purtroppo un solo esempio dei diversi biglietti poetici rivolti a Bertolucci. Sette, poi, sono i testi indirizzati allo stesso Lagazzi all’interno delle opere di Bertolani. Il primo di questi viene paragonato da Lagazzi, che è anche studioso del mondo orientale, ai tanka che gli amici usavano scambiarsi nel Medioevo nipponico: ne riporto, per ragioni di spazio e per intenderne meglio il contenuto, la sola versione italiana: “Dove saranno adesso, dietro / a quale muraglia, le ore belle, / la siepe che rinfresca / (vi dorme un’aria fina); / la casa è di nuovo mia, / comincia la pioggerellina, e viene  presto sera? / Ore belle, / anche più lontane ora / che sentiamo dai campi / gli schiocchi dei baccelli che esplodono // e i cuculi, / che ci immalinconiscono dalle collinette” (cit. a p. 102). Un testo privato che però, osserva Lagazzi, con la sua reale e limpida simbologia parla a tutti: l’estate (nell’anno, ma anche nella vita) è una stagione troppo breve e le “ore belle” svaniscono presto.

   In questi testi rivolti agli amici è impossibile separare vita e poesia e la vita stessa si presenta “come dialogo incessante - scambio, intreccio, circolazione di vibrazioni, onde, fruscii, pulviscoli - tra gli esterni e gli interni, tra il plein air percorso di continuo da uccelli ‘minuti e grandi / e di ogni colore’ e gli spazi domestici resi incantevoli dall’amore” (p. 96).

   Questi intrecci tra persone - Bertolani, Sereni, Bertolucci, Lagazzi stesso – vengono restituiti dal critico al lettore coinvolgendolo a sua volta in questo incessante dialogo che è la poesia, che è la vita. 

   Ed è questo ciò che conta, e poco conta il fatto che il nome di Bertolani sia rimasto relativamente in ombra. Come nota Davide Rondoni nella sua prefazione, “tutt’altro intento ha il critico lettore che il ‘situare’ Bertolani in una enciclopedia o in un canone maggiore o minore, tantomeno in una nicchia da ‘caso’ letterario, anzi, fin dall’inizio Lagazzi confonde i piani, trucca le carte solite della critica presuntuosa di etichette e classifiche (del resto per lui, si sa, il critico è anche un mago) e libera da ogni necessità di sistemazione letteraria il suo poeta, per far emergere agli occhi dei lettori esperti o nuovi, la grazia fragile, viva di pena e di meraviglia, di un’opera ammirevole di poesia. E i tratti essenziali di una figura umana” (pp. 7-8).

 

*

 

Opere di Paolo Bertolani

 

Poesia: Le trombe di carta (Marco Carpena Editore, Sarzana, 1960; poi con prefazione di Francesco Bruno, ConTatto, Lerici 2004); Identificazione degli uccelli (con Francesco Bruno, Losi, Lerici 1974); Incertezza dei bersagli (quarta di copertina di Vittorio Sereni, Guanda, Milano 1976; ripubblicato con risvolto di Giuseppe Conte, Guanda, Parma 2002); Seinà [Serata] (presentazione di Giovanni Giudici, Einaudi Torino, 1985); E góse, l’aia [Le voci, l’aria] (risvolto di Giuseppe Conte, Guanda Parma, 1988); Diario greco (nota introduttiva di Attilio Bertolucci, El Bagatt, Bergamo 1989); Dall’Egitto, con cinque acquerelli di Andrea Razzauti e una postfazione di Francesco Bruno (Galleria Art Valley, Forte dei Marmi 1991); L’occhio, le parole, Zolesi, Ameglia (SP) 1991; Avéi [Beni] (Garzanti, Milano 1994); Sotocà [Sottocasa] (presentazione di Giovanni Tesio, Lisboà editore, Dogliani 1995); Die [Dire] (prefazione di Paolo Lagazzi, Diabasis Reggio Emilia 1998; Libi [Libri] (con una nota di Giovanni Tesio, Interlinea, Novara 2001); Se de sea [Se di sera] (prefazione di Fernando Bandini, Edizioni San Marco dei Giustiniani, Genova, 2002); Itinerari del monte e degli amori, Una corrispondenza in versi, con Francesco Bruno (San Marco dei Giustiniani, Genova 2002); Piccolo cabotaggio (risvolto e prefazione in versi di Francesco Bruno, ConTatto Edizioni, Lerici 2004); Raità da neve [Rarità della neve] (San Marco dei Giustiniani, Genova 2005).

 

Narrativa: Racconto della contea di Levante (Il Formichiere, 1979; poi il melangolo, Genova 2001); La grande settimana con Mario Spagnol (Salani, Milano 1999); Il vivaio (prefazione di Anna Maria Carpi, il melangolo, Genova 2001); Il custode delle voci (con una lettera di Roberto Benigni, il melangolo, Genova 2003); Donne (con Oreste Lupi ed altri, ConTatto, Lerici 2004); A ritroso nel Golfo dei Poeti con Oreste Lupi (Salviati, Milano 2004); Colpi di grazia (con una lettera di Carlo Angelino, il melangolo, Genova 2007, postumo).


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