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Un ricordo della fine

di Pietro Menditto
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Pubblicato il 20/06/2014 08:09:15

Mi sono ricordato all’improvviso

che circa vent’anni fa scrissi una poesia d’amore

in cui l’amore come è normale non veniva nominato.

Ricordo anche che la poesia era dedicata, come è normale,

a una donna inesistente, come è per tutte le poesie d’amore.

Per il resto non ricordo una sola parola di quella poesia

ma di me mi ricordo – come fossi all’improvviso

distolto da tutto il resto, come cercassi disperatamente

carta e penna e un angolo adatto per mettermi a scriverla.

Ma, ripeto, non ricordo una sola parola di quelle che scrissi.

Quando l’ebbi finita, la poesia, la soddisfazione fu enorme.

Dalla regione sconosciuta era arrivato il fantasma

e mi aveva ordinato di usare l’inchiostro

per i geroglifici del buio, per il miracolo dell’epifania

su uno scadente foglio di quaderno.

Circa vent’anni fa l’amore mi fece visita

assumendo una delle sue infinite e incredibili forme

per poi tornare nella regione sconosciuta

per tramutarsi in circa vent’anni in un ricordo vuoto.

E la novità è che ora guardo quel vuoto come si guarda una tomba,

una fossa in un campo di morti che percorro in silenzio

e quel vuoto mi strugge come una morte precoce, come un’estate

sulla quale indugi ancora il cadavere dell’inverno,

come tutte le vite che il tempo ha ingoiato

e disperate chiamano nel vento, nell’ora più malinconica del giorno,

nel presentimento della fine di tutto, che l’amore stesso

è un ricordo della fine che cresce negli anni

e viene a posarsi su noi come cala la sera,

come sommessamente muore una primavera.

 


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