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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Riflessioni di uno scrittore con le scarpe rotte12

di Stefano Saccinto
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Pubblicato il 18/11/2011 16:24:17

Fu in mezzo a quel periodo frastornato di resistenze dei sogni dorati dell’adolescenza, di partenze sopite verso luoghi lontani e precoci inizi di abbandoni da parte degli amici, mezze confessioni di egoismi vari e fluide consistenze di rosei baci, che elaborai le mie più grandi idee circa quello che avrei voluto scrivere nella vita e circa quello che avrei voluto essere davvero. Tutto andava per il meglio e io dimenticai qualunque depressione. L’università era una necessità di facciata. Inutile alla mia crescita, ma utile a zittire il mondo attorno riguardo all’impegno che mi competeva nei confronti della realtà. Per di più avevo un lavoro e, per quanto potessi, cercavo di non rinunciare mai ad una giornata da cameriere. Non avevo bisogno dei soldi, ma non volevo dare preoccupazioni.
Nelle lunghe notti in cui la fucina del mio stanzino sfornava magiche mejfy che si libravano nel cielo attonito attraverso la piccola finestra rossa, mi concessi il lusso di migliaia di sigarette da accendere e da spegnere. Era tutto un tirare e riversare. Nelle mie orecchie suonava il lamento struggente dei primi Coldplay e degli Skunk Anansie, quello ancestrale dei Cure e degli Smashing Pumpkins, la foga dei Korn, dei 69 Eyes, dei Katatonia e più di tutto l’enorme scenario di significati allestito dagli eredi inascoltati dei Pink Floyd: gli Anathema. Era una distesa piatta d’acqua cristallina levata fino all’altezza delle ginocchia che raggiungeva qualsiasi orizzonte visibile. Era pura fantasia che intersecava la realtà con lo stesso potere di una vera e propria vista. Era il terzo occhio. Ed io ero lì a vedere attraverso la sua retina.
Una congiunzione astrale che prorompeva fino allo sfondo commovente dell’universo mi portò a scartare definitivamente ogni accenno del reale e a riversare l’intera mia mente nella contemplazione di ciò che esisteva al di sopra del tempo, al di sopra della vita e che si stagliava immobile e perenne come qualcosa di immune alla morte. In quegli anni compresi quali stati di esaltazione può raggiungere l’animo di uno scrittore. Attraverso la parola, vero emissario di pace tra i popoli, progresso infinito partorito dal genio innato del genere umano, un uomo poteva riscrivere la storia dall’alfa all’omega senza considerare alcuna influenza della realtà, se non la più mistica, la più sublime, emblema di bellezza perfetta. Io conobbi gli dei attraverso un’inaspettata illuminazione. E gli dei mi fornirono le fruste. Eteree, violente, intrise di estrema comprensione. E con esse dominai i demoni e le umane passioni.
Avevo vent’anni, la vergine d’oro al mio fianco, vedevo il mio sogno d’infanzia di diventare scrittore muoversi nella realtà come se ne fosse estremamente esperto, la forza di ideali irremovibili e tutto quello che qualsiasi sognatore poteva mai desiderare. Invidiavo me stesso. Mi dicevo – Come fai? Ad avere tutto quello che vuoi. Come fai a pensare di meritartelo? Questo maledetto talento e questa bellissima ragazza e questa famiglia così onesta da sembrare irreale. Come fai a studiare, lavorare, scrivere e riuscire in tutto senza il minimo sforzo, senza una nota stonata? Pensi di essere immortale? Gli dei ti stanno ingannando. Vogliono solo giocare con te per poi deriderti. Ti priveranno di tutto quello che ti hanno dato perché questo fanno a chi osa superare le colonne proibite. Ti hanno permesso di andare oltre e poi ti prenderanno per il collo per tirarti indietro. E rideranno e lo faranno così forte da disintegrarti la mente. E tu impazzirai. Tu non sei come loro. Tu sei il bambino schiacciato contro lo schienale del letto che trema quando il sangue inizia a scorrere lungo i muri. Ricordatelo. Qualcosa di oscuro si muove nel buio attorno alla tua stanza. Ti ha sempre cercato. E ti sta ancora cercando. Deponi quelle fruste e arrenditi.
E invece di arrendermi, digrignavo i denti e prendevo a frustare la voce nella mia mente. – Non posso deporle – rispondevo al silenzio – ne ho bisogno ancora. Non me le merito, ma voglio provare a tenerle per tutta la vita. A me sarà concesso. Non sono più il bambino. Adesso sono lo scrittore col sangue all’occhio e non potete fermarmi.
Questa era la sfida di tutti i giorni: superare di un altro centimetro il limite nell’avanzare incolume nei territori delle paure ataviche. E ci riuscivo sempre. Le striscianti e grottesche ossessioni tremavano man mano che avanzavo, contorcendosi su se stesse come i dannati infernali al passaggio del sommo Virgilio.
In questo stato di purissima esaltazione scrivevo il mio quarto libro dal titolo 5 – Il seme di una rivoluzione. Era la ricostruzione precisa al millimetro di un intero futuro immaginario per la mia vita e più che per ogni altro testo, i personaggi emergevano tridimensionalmente dalle sue pagine scrutandomi viso a viso e minacciando l’estensione di una guerra infinita tra la fantasia e la realtà. Una rabbia ascetica era il mio viatico, come era accaduto per il primo libro, ma più dirompente fu l’esplosione di varchi mentali che a velocità supersoniche la mia mente riusciva a penetrare distruggendo tutte le illusioni che avevano fino ad allora caratterizzato la mia esistenza e permettendomi di anticipare ogni tratto del futuro come risucchiandolo in un vortice temporale. Mi parve di essere onnisciente. Graziato dagli dei, cominciai a convincermi di poter competere con loro e sognai di poter scostare il mondo intero con la forza delle parole. Lo sentivo scricchiolare ogniqualvolta il tuonare dei tasti riprendeva il suo rullare tribale che si diffondeva attraverso le foreste informatiche dell’era ipertecnologica. Tutto tremava intorno. La realtà, come le mie paure, sembrava temermi e sentivo il rancido rilascio del sudore freddo degli dei.
Le accelerazioni improvvise erano quello che mi faceva godere per davvero, al confronto con il lento incedere del tempo nella realtà. Le lunghe file per le prenotazioni degli esami, la flemmatica marcia verso gli autobus, l’apatia dei viaggi e l’attesa nervosa che il mio nome fosse chiamato per alzarmi a contorcere le parole formulando la presentazione orale di una qualsiasi materia inutile. Tutto questo mi logorava fino alla radice e continuavo a chiedermi che cosa c’entrasse con quello che volevo veramente. Ma la realtà purtroppo esisteva e bisognava tenerne conto.
E alla fine arrivò l’estate. La peggiore di quelle che avessi mai vissuto. Non che ci fosse un motivo particolare, ma mi stette proprio sul cazzo. C’era tanto lavoro e c’erano tanti esami ed io non riuscivo più a concentrarmi su quello che dovevo scrivere. Ogni giorno perdevo di vista le fruste e faticavo a ritrovarle, ogni volta erano nascoste in un posto più impensabile della volta precedente. Si perdeva un sacco di tempo. Accendevo il computer, montavo una canzone, ma sentivo che non andava bene. Aprivo il file del libro e mi veniva in mente che metà del testo principale per l’esame che avrei dovuto dare pochi giorni dopo non l’avevo ancora neppure letta. Poi riuscivo ad escludere tutto, a prepararmi a far viaggiare da sole le dita sui tasti e mi chiamavano al lavoro. Prendevo il borsone e cominciavo a mandare a memoria le frasi che la mente aveva ormai preso a stillare, agitando le mani sotto la bocca per cercare di non farne cadere neppure una. Più si voleva alzare l’angolo della visuale al di sopra della realtà e più bisognava avere il vuoto attorno per vedere più chiaramente possibile. E le cose non scivolavano più al meglio attorno a me e invece cominciavano a crearmi grosse difficoltà.
Abbandonai così 5 – Il seme di una rivoluzione per il momento e mi dedicai alla mia nonvita di studente e cameriere, struttura senza la quale sembrava impossibile sorreggere la sovrastruttura dell’impianto letterario.
- Non possono considerarmi un malato? – mi chiedevo – Uno incapace di vivere, ma capace solo a sognare queste strane cose da scrivere? Non possono darmi una pensione e smetterla di mettermi in posti in cui non c’entro niente? – allungavo le mani disperate verso la ragazza che amavo troppo assai. Il suo viso appariva costernato. Mi diceva – Vieni qui – e riprendeva il sorriso e io abbandonavo la testa tra le sue mani. Prendeva ad accarezzarmi i capelli – Un giorno tutti capiranno che sei uno scrittore e tutti questi problemi non ci saranno più -. – Ma tu devi aiutarmi – sussurravo. – Ti aiuterò – prometteva. Le volevo bene. In 5 lei c’era di nuovo. Questa volta era una cantante death metal lesbica che si innamorava di un pazzo separato dalla moglie e in preda a continue allucinazioni.
Sospesa quindi la stesura di 5 per quell’estate, cominciai a tenere un diario. Un posto in cui poter scrivere poche pagine alla volta tra un esame e una giornata di lavoro e in cui potermi riversare con tutta la sincerità di cui ero capace. Vi narravo le apatiche vicende giornaliere e la stranezza del passaggio alla disillusione della maturità dopo aver creduto per anni che la realtà non mi avrebbe mai abbattuto. Lo tenni per tutta l’estate e anche oltre. Aveva uno stile così contorto che decisi di archiviarlo come un testo a tutto gli effetti. Come il mio quarto libro. Era sperimentale, mejfico, maieutico, allucinato. Lo chiamai Diario di un’estate qui. E poi definitivamente Un’estate qui.
Grazie a quel piccolo testo di appena quaranta pagine A4, 5 divenne cronologicamente il mio quinto libro. L’avevo iniziato prima del diario, ma lo finii molto dopo, stancamente, perché aveva esaurito ogni mia capacità d’inventiva. Quando diventavano troppo difficili, le cose cominciavano ad infastidirmi. Prendevo ad odiare il testo, la letteratura, me che avevo deciso di scriverlo e tutto il mondo. E non c’erano cazzi.
Dopo l’ultima, definitiva, correzione, il testo consisteva in un malloppo di cinquecentocinquanta pagine A5 a cui fu applicata la copertina elaborata da un mio amico chitarrista appassionato di cinema e grafica. Rappresentava una bocca da cui fuoriusciva un fascio di luce ed era così bella che adattai una parte del testo per poterla tenere. Ero contentissimo della nuova frontiera raggiunta per via delle mie ultime fatiche letterarie, ma capii che, come per L’opera, anche questo nuovo testo presentava insormontabili difficoltà per un’eventuale presentazione ad una casa editrice. Prima di tutto il numero di pagine. E poi la distanza incommensurabile che lo differenziava da qualsiasi romanzo esistente. Non si accostava neanche per sbaglio ad alcun genere o ad alcun altro testo di cui avessi mai sentito parlare. Era fuori da qualsiasi canone letterario. Come quasi tutto il resto.
Ero stanco di tutto questo. Stanco di scrivere montagne di pagine che non avevano futuro e che invece per me avevano rappresentato un presente dal valore inestimabile. Mi rincuoravano le letture accanite che facevamo al computer con la ragazza che amavo troppo assai e i commenti esaltanti dello scrittore piccolo piccolo. Mi incoronava come il più visionario degli scrittori, vedeva attraverso le mie retine quello che i miei occhi vedevano attraverso le retine del terzo occhio e ne rimaneva estasiato quanto estasiato ne rimanevo io. Ma nessuno di noi riusciva a immaginare una soluzione per diffondere il testo in qualsiasi modo. Ci pensammo per poco tempo e poi non ci pensammo più. Mi misi seduto sul bordo del tempo a contemplare tutto quello che fino ad allora era stato. Giungevano nuove stagioni e si sorreggevano su un grandioso passato.

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