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Riflessioni di uno scrittore con le scarpe rotte26

di Stefano Saccinto
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Pubblicato il 04/12/2011 11:00:19

Parlai alla gente di ciò che aveva letto senza confrontarlo con niente di mio. Lasciai la ragazza che amavo troppo assai leggere Baricco e Ammaniti e le comprai anche altri testi loro, mentre cresceva il volume di roba mia che non aveva letto. Diedi all'estimatore di ogni forma d'arte Il vagabondo delle stelle di Jack London e Pulp di Bukowski. Smisi di mettermi a confronto con il mondo letterario, come se non ne avessi mai fatto parte. Era così che dovevano andare le cose.
Per un periodo, come reazione alla rinnovata scoperta della mia fragilità e della caducità di tutto il mondo letterario che avevo inutilmente costruito per tutta la vita, pensai che avrei dovuto rinnegare tutto e cercare nuove strade per concedermi finalmente una svolta. Passai un’intera estate a cercare di distruggere ogni preoccupazione attraverso l’ascetico influsso delle sublimi traslazioni alcoliche. Amavo le distorsioni generate dagli effluvi mistici che annebbiavano il cervello, ma temetti che, nella vita, al posto di uno scrittore, avrei solo rischiato di diventare un alcolizzato. Non potevo permettermelo. La cosa mi avvicinava vertiginosamente a Bukowski e io avevo smesso di essere un allievo degli dei.
Abbandonai il posto dove lavoravo e ne trovai un altro. Abbandonai anche quello e corsi da un'altra parte. Ci lavorai venticinque giorni e me ne andai a casa. Il mondo esterno continuava a terrorizzarmi. Mi spaventava l’antico incubo di diventare un uomo-azienda, ma, per esorcizzare anche quel vecchio demone, decisi di accettare per la prima volta un posto fisso.
Presi a lavorare come cameriere tutti i giorni per dodici ore al giorno e quindici o sedici ore il sabato. Con un solo giorno di riposo che spesso saltava per esigenze aziendali. La paga non era entusiasmante, però c’era l’allettante esca dei contributi che continuò a ritirarsi nella corrente per mesi finché non riuscii a darmi uno slancio decisivo riuscendo ad afferrarla. Con i proprietari del ristorante si replicò il classico rapporto di sudditanza che tutti pretendevano, nel mondo del lavoro, nel periodo della grande crisi: gli orari li facevano loro, le paghe le facevano loro, loro decidevano come dovevi vestirti, cosa dovevi dire alla gente, a che livello andasse impostato il volume della radio. Dalle mie parti vigeva il dogma: attacca il ciuccio dove vuole il proprietario. A furia di seguire questo metodo mi resi conto che il novanta per cento delle volte il ciuccio andava attaccato in culo a me. L’atteggiamento di disprezzo che veniva espresso dalla proprietà mi rivelò che non era possibile oramai lavorare senza che ti fosse gradualmente tolta fino all’ultima goccia della tua dignità e della tua libertà. Quando entravi al lavoro dovevi necessariamente trasformarti in uomo-azienda e dovevi farlo contro te stesso in un controsenso esistenziale che non ammetteva interpretazioni. Quella gente pretendeva di gestire direttamente il tuo corpo, neanche più soltanto la tua mente. Eravamo arrivati all’ultima fase del delirio di onnipotenza dei capitalisti. Avevano deciso di tentare il colpaccio, di comprare tutto agli allettanti saldi del pieno della crisi. Era una vita che non si poteva fare, ma riuscimmo a stabilire un patto di non belligeranza e andammo avanti per il bene della cazzo di azienda.
Avanti, così, per due anni. La piccola scimmia delirante finalmente camminava e parlava nell’idioma elfico dei bambini. Delirava. Da qui la definizione. Cresceva in modo vertiginoso e mi somigliava sempre di più. Appena ti giravi lei era cresciuta. O ero io che non ero attento oppure non so cosa fosse. Il primo giorno che la portammo all’asilo si aggrappò allo stipite rischiando di staccarlo. Poi smise di colpo di piangere e volle restare. Da quella volta non esisteva un giorno che volesse saltare l’asilo. Per lei la vita era bella, sorrideva sempre, di qualsiasi cosa, ogni giorno aveva milioni di scoperte da fare. Mi sembrava molto più decisa di quanto non mi sentissi io, ad affrontare l’esistenza. E aveva solo tre anni.
La recente indipendenza conquistata dalla piccola permise a me e alla ragazza che amavo troppo assai di chiarire alcuni punti lasciati in sospeso anni prima. A cominciare dalla questione del sesso. Chiarimmo quasi tutto. Riuscimmo a riconquistare una nostra dimensione e un minimo di complicità che potesse distinguerci come due persone affini all’interno di un contesto più esteso. A volte uscivamo la sera, altre volte andavamo al mare. Le cose erano di nuovo belle. A volte. A volte tornavano le vecchie paranoie. Ogni vetta conquistata finiva inevitabilmente a strapiombo su una voragine. Non c’era modo di tornare ad essere quello che eravamo stati un tempo.
Ogni giorno, segretamente, mi dicevo: scriverò ancora qualcosa, scriverò, devo solo aspettare, ma ogni giorno ero sempre più stanco e smettevo di seguire tutte le idee che mi avevano saturato la mente tempo prima. Avevo un rifiuto sempre più netto. Come se quelle idee mi avessero ormai stancato. Pensare a scrivere non mi provocava più alcun piacere. Mi convinsi che quello che mi mancava era solo un posto di lavoro migliore. Io che il primo libro che avevo scritto, lo avevo scritto contro ogni conformismo e attaccando tutti quelli che se ne sarebbero stati a leggerlo in poltrona immersi nel tepore di casa, invitandoli a leggerlo in mezzo alle tempeste, stando in piedi e camminando, con frenesia, con rabbia, con l'anima nuda di fronte al tempo, mi ero ormai conformato alla triste realtà della casa, del lavoro e di un cazzo di paio di pantofole in cui riscaldare i piedi durante la lettura di un quotidiano sulla poltrona di casa.
Certe volte mi chiedevo che cosa avessi vissuto a fare. Per arrivare dove. Mi sentivo inadeguato. Soprattutto come padre. Certe scelte non riuscivo a farle. Mi innervosivo. La mia non era una vita sbagliata, di sbagliato c'era ciò che era successo prima. Aver preso a scrivere senza che ce ne fosse motivo. Come quando ti spingi oltre la tua portata e in un certo qual modo ti rovini la vita. Essere convinti di aver sfiorato l'apoteosi e poi guardarsi allo specchio, alla fine di una stupidissima giornata di lavoro e vedere la tua faccia che riconosci sempre meno, porta un grande sconforto. Ti dici che non stai facendo niente. Che non stai andando in nessuna direzione. Che hai deciso di aspettare la morte come la gente a cui cercavi di scuotere la coscienza. Iniziai a sentirmi ipocrita. E mi cullai con la mia mediocrità pensando che tanto una vita valeva l'altra e vaffanculo.
I discorsi letterari con chiunque terminarono definitivamente. Se capitava che qualcuno mi chiedesse qualcosa riguardo allo scrivere, così, tanto per farmi piacere, rispondevo che io ormai non scrivevo più. Era stata una cazzata adolescenziale. Anche Rimbaud aveva fatto la stessa cosa a ventunanni. E forse era proprio vero che a certa gente questa cosa capitava. A me era capitato. Mi dispiaceva soltanto di non aver concluso l'ultimo testo che mi mancava e che era fermo ormai a circa centocinquanta pagine. Credevo che sarebbe stato il mio migliore testo di sempre. Era la storia del capitano Glynk. Ma ormai non mi importava più neanche di quello.
Alle volte mi soffermavo a vedere l'Esperanza veleggiare via, lontano, verso porti sconosciuti con un vento triste in poppa, tagliando con la lama del suo scafo le distanze incommensurabili attraverso i mari di leggenda. Ma non avevo più la facoltà di immaginare. E non sapevo più cos'era un sogno. Lasciavo che la nave andasse via, lungo la rotta dell'estate e chinavo la testa verso il pavimento. Io non ero mai stato uno scrittore. Per tutto quel tempo mi ero solo ingannato. Addio, pensavo, capitano Glynk. Non c'era più nessun battello ebbro che rompeva gli ormeggi lungo la valle sotto i due alberi di noce. Solo un vecchio natante arenato con gli altri nel cimitero delle navi di Chittagong. Non ero mai stato quel tanto incosciente da vivere una vita abbastanza folle. Però l'avevo sognato. In compenso avevo il fatto di scrivere. Era il mio compromesso con la realtà, il motivo per cui avevo accettato di vivere una vita normale. Adesso non avevo più né la mia vita folle, né la volontà e la voglia di stendere ancora un altro rigo. Tutte le parole scritte mi sembravano inutili, pareva avessero perduto ogni significato. Forse, mi dissi, un giorno mi concederò di completarlo così avrò finalmente il piacere di leggere la sua storia dall'inizio alla fine. Così, per sapere almeno come va a finire.
Smisi di guardare le vetrine delle librerie. L'ultima volta che l'avevo fatto campeggiavano davanti a tutti una serie di testi tutti uguali con titoli alienanti: Tre metri sopra il cielo, Ho voglia di te, Scusa se ti chiamo amore, Notte prima degli esami e altri tre o quattro che neppure ricordo. Pensai a Schizzando nel vento. Avrebbe fatto la stessa squallida fine. E in fondo era quello che si meritava. Ma ormai pure il suo tempo era passato. Mi ero svegliato tardi. O forse ero solo stato sfortunato a non trovare i giusti editori. O forse per davvero la mia roba non era mai stata all'altezza. Era una possibilità.
Una notte, al rientro dal lavoro e dopo aver baciato le due bimbe che dormivano nell’altra stanza, mi misi al computer che non accendevo da parecchio. Girando stanco all’interno di quell’ormai arido scenario informatico, cercando una canzone su cui poter fumare l’ultima sigaretta della giornata, finii nella cartella delle cose che avevo scritto. Come appariva triste! Piena di file impolverati che il tempo avrebbe lentamente divorato, dava l’idea di essere vuota, se si scorrevano con lo sguardo gli alienanti titoli che negli anni avevano contenuto grandi significati che si erano poi assottigliati in solitarie speranze per tramutarsi infine in mondi sepolti. Sembrava un silenzioso cimitero monumentale di grandi uomini le cui storie erano state ormai dimenticate.
Aprii ad uno ad uno tutti i testi e lessi un pezzo di ognuno. Non capivo cosa significavano, cosa intendevano rappresentare. Perché avevo scritto quell’immensità di parole? Per fare cosa, per vivere quale tipo di vita? Che cosa poteva esserci mai di appassionante nell’inventare storie e nello sperimentare innumerevoli alchimie letterarie per trovare la formula giusta per scriverle? Niente. Eppure non ero riuscito a farne a meno. Da diversi giorni, ad esempio, mi era venuta un'idea. Avevo cercato di non darle ascolto, ma mi era venuta e non se ne andava più. Mi misi a rileggere l'ultimo testo che avevo scritto. Quello pulp. Anch'io potevo scrivere cazzate a cui si poteva dare una definizione. Aggiunsi l’idea che mi era venuta in mente e finì che mi rilessi tutto il testo. Pensai che non aveva niente che non andasse. Me lo rilessi ancora, il giorno dopo.
Pensai di stamparlo. Lo rilessi stampato. Tranne un errore abbastanza stupido verso le ultime pagine, mi sembrava proprio una buona storia. Ne stampai altre otto copie. Volevo solo sapere se era solo quell'errore ad essere presente o se magari ce ne fossero altri. Trovai nove case editrici su internet. Avevo proprio una fottuta curiosità a riguardo, possibile che non ci fossero altri errori? Decisi di vedere che ne pensavano quei nove editori.
Spedii le copie. E pensai - Adesso non me ne frega niente, ve lo mando a ripetizione finché campo perché, davvero, se c'è un altro solo errore, io devo scoprirlo. E gli altri testi? Pure, pure, a loro tempo. Non passerò certo la vita dello scrittore, ma potete aspettare di vedermi morto se pensate che dopo aver scritto gli otto migliori libri che avrei potuto, accetterò in silenzio che frotte di dementi che si definiscono Scrittori continuino a prendermi in giro da quelle cazzo di vetrine delle librerie. Ho scritto tutto così velocemente che ho ancora tutta la vita davanti. Bene, bene. Imparerò a memoria i dizionari, leggerò un libro ogni due giorni, scandaglierò la rete alla ricerca di editori, rivedrò ogni singola parola di tutto ciò che ho scritto. Ho forse deciso che non scriverò più niente? Oh, è certo che non lo farò, ma niente può impedirmi di riprendere la mia lotta contro il meccanismo.
Strane luci al neon mi allucinavano il cervello.

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