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Echi, 1

di Stefano Saccinto
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Pubblicato il 05/03/2012 19:54:26

1

Mi chiamo Stefano Saccinto, abito in un paese del sud e un tempo ho avuto diciassette anni, come è capitato sicuramente a molta altra gente. Avevo un gruppo di amici che mi volevano bene, una ragazza di nome Francesca, un Phantom F-12 grigio col raffreddamento a liquido e il cilindro rotto, un paio di orecchini a cerchio e il sospetto di essere uno scrittore. Questo in quanto avevo chiesto come regalo per i nove anni una macchina da scrivere, avevo sempre avuto ottimi voti nei temi di italiano e avevo scritto a sedici anni il mio primo romanzo. Si chiamava Una di quelle notti. Tranne il titolo, problemi non ce n’erano. Però mi incasinavo sempre.
Devo proporre un utile esempio: per conoscere una ragazza, durante gli anni dell’adolescenza, tutti sapevano che bastava avvicinarla in modo stupido e presentarsi. Se lei era interessata, in un modo o nell’altro, gli eventi avrebbero potuto avere uno sviluppo positivo. Potevo sorridere e godermi la vita. Invece io partivo sempre dal cercare di entrare nel suo campo visivo. Passavo intere mattinate ad organizzare appostamenti che dovevano sembrare casuali, nel tentativo di farle scoprire che esistevo, mi informavo su tutte le sue abitudini e le facevo diventare le mie: se lei era nella squadra di pallavolo, io non mi perdevo una partita, se lei amava il laboratorio di scienze, io ne diventavo un assiduo frequentatore. Di avvicinarla non ne avevo assolutamente l’intenzione. Preferivo che si consumasse la fase due: il logorante sciogliermi in versi poetici per decine e decine di componimenti di cui lei non avrebbe mai saputo niente nella vita. Poi prendevo a studiare il volo degli uccelli, i fondi nelle tazze di caffè, il modo in cui una sigaretta prendeva fuoco e un’altra serie di strumenti di previsione e concertazione del futuro da me scoperti. Drammi imminenti si prospettavano se mi accorgevo di aver schiacciato per sbaglio le fughe delle mattonelle sul pavimento dove camminavo, se non avevo scansato una grata, se non mi ero leccato il pollice guardando passare una macchina di colore rosso. A tutte queste mie dimenticanze era dovuta la mancanza di attenzioni che la ragazza di turno ostentava lungo i corridoi della scuola o per le vie del paese. Quanto le volevo bene, se dimenticavo queste cose? Poco. Dovevo impegnarmi di più: correvo a scrivere una nuova poesia. E insomma le cose andavano avanti in questo modo. Finché non se ne usciva uno che, avvicinandosi a lei in modo stupido e presentandosi, riusciva ad ottenerne l’interesse. La cosa era semplice, ma io non la capivo. Il mio problema, quello per cui la vita non era per niente facile, erano i miei complessi. Ostruivano il mio accesso alla felicità in modo ridicolo. Eppure ci riuscivano sempre. E, alle volte, sembravano avere un fondamento.
A quattordici anni, un altro utile esempio, avevo avuto la mia prima vera crisi esistenziale, a seguito del sospetto, maturato grazie alle inclinazioni di un piccolo specchio quadrato, che stessi iniziando a perdere i capelli. Il sospetto divenne scoperta quando provai a rasarmeli per togliermi il dubbio e una vertiginosa V rovesciata si prolungò fin sopra la mia fronte. Quattordici anni e già ispiravo pietà. Mi sentivo Buddha mentre le folte chiome dei miei amici di classe diventavano sempre più lunghe e, con il taglio strategico, invece che nascondere il mio dramma, non feci altro che portarlo alla luce. Ebbi tutte le vacanze di Natale di quell’anno per deprimermi. Mi piazzai una mano sotto il mento e mi decretai per sempre vecchio. Pensai che sarei morto quell’inverno stesso, invece non accadde. Ma ogni volta che passavo davanti allo specchio del corridoio, mi battevo le mani sulle cosce e mi veniva lo sconforto. Che cazzo di sfortuna! Neanche il tempo di farmeli crescere lunghi almeno una volta.
Il secondo esempio rimanda al primo: con la strana vacuità cranica che si conformava già a quell’età sulla mia testa, capivo che non sarebbero bastate centinaia tra le più belle poesie che un poeta potesse comporre, per interessare una ragazza. Tutto mi sembrava così difficile, ma quando le cose arrivavano ad esasperarmi, riuscivo finalmente a trovare il giusto slancio per lasciarle perdere e andare oltre. Entravo nella fase del menefreghismo ascetico.
- Non è importante quello a cui sei costretto a rinunciare, – mi dicevo – ma quello che ti resta -. Avevo la mia senilità adolescenziale, una specie di pessimo ottimismo che mi tirò via da tutte le superficialità in cui si sprecava la vita degli altri ragazzi e che mi spinse ad attivare definitivamente il sesto senso che andava al di là della realtà. Il senso magico che mi permetteva di immaginare tutte le cose invece di viverle, che mi permetteva di affermare tutte le cose che non avevo avuto il coraggio di dire davvero e di inscenare tutte le improbabili situazioni in cui avrei voluto trovarmi e che, nella realtà, per vergogna, scansavo come fossero cataclismi. Nella vita avrei potuto anche restare immobile per sempre. Avrei recuperato dopo. Avrei fatto una cosa migliore di vivere: avrei scritto.
Belle erano le avventure poetiche che vivevo con le mie muse, in un mondo tutto mio fatto di amori platonici che non approdavano mai alle mie labbra e che tenevo, tutti ordinati, riposti nei vari fogli come le farfalle rare di una collezione privatissima che non smettevo mai di rimirare. Mi scintillavano gli occhi ed ero felice. Anche quando ero triste. Tutto era solo mio, io decidevo se una poesia fosse bella o se fosse brutta, io decidevo se una delle mie muse fosse realmente innamorata di me oppure no. Potevo scorreggiare e non c’erano lamentele. Ma questo morbido cosmo felice era simile al nucleo fetale racchiuso nel ventre protettivo di tua madre. Quello che per nove mesi, mentre la vita ti aspettava fuori, ti aveva reso dolce la nascita: prima o poi abbandonarlo sarebbe diventato inevitabile.
Diverse erano le risposte che non ero mai riuscito a darmi. Non avevo mai capito se ero bello oppure brutto, se ero simpatico o tendenzialmente antipatico, mi chiedevo per quanto tempo avrei continuato a fare il cameriere e se avessi davvero delle qualità per potermi considerare uno scrittore. Pensavo che a questi dubbi avrei trovato le giuste risposte più in là, negli anni.
Le cose andavano bene e le cose andavano male. Non ne ero mai sicuro e quello che mi tormentava di più erano le scelte e la vergogna. Le scelte non riuscivo a farle, annaspavo nell’indecisione perenne. C’erano alcune cose certe, ma non ero mai sicuro che lo fossero realmente. Per esserne sicuro le mettevo in discussione ed ero talmente bravo a farlo che i dubbi cominciavano a profilarsi come lo sbocciare delle stelle dopo il crepuscolo. Erano stelle a forma di punti interrogativi. E le risposte chi le avrebbe date, adesso che le cose erano diventate così complesse?
Della vergogna neppure riuscivo a liberarmi. Mi vergognavo di tutto: dei miei capelli, della mia faccia, del mio primo orecchino. La vergogna andava a braccetto con l’indecisione che era una bellezza. Te le vedevi insieme passeggiare per i corsi della mia mente nei momenti più inaspettati di una giornata come due vecchie comari pettegole.
- Vossignoria preferisce il tè coi biscotti o i biscotti col tè? – si arrotolava il cervello della prima.
- Fate voi, fate voi – arrossiva il cervello della seconda.
La vergogna portava i dubbi e i dubbi portavano la vergogna. Mi vergognavo a credermi uno scrittore e per questo mi veniva il dubbio che non lo fossi. Il dubbio che non fossi uno scrittore mi faceva vergognare di averlo pensato. Così continuavo ad interrogare i miei sensi cercando di capire se preferissi davvero scrivere oppure se amassi così tanto leggere da aver provato a scrivere io stesso.
- Mi chiedessero che cosa ne penso di leggere e di scrivere, risponderei che leggere è come il caldo d’inverno e come il freddo d’estate. La tua mente si conforma alle parole e ne trae una sensazione di piacere accomodante, simile al leggero contatto di una carezza. Scrivere è come il caldo d’estate e come il freddo d’inverno. È qualcosa che sembra che tu faccia contro te stesso. E quando la tua mente cerca di conformarsi, il tocco della suddetta mano assume le precise caratteristiche di uno schiaffo. Di una serie di schiaffi. Assestati con la forza di un padre determinato a farti definitivamente aprire gli occhi. Come se fosse possibile.
Io non so perché decisi di prendermi tutti quegli schiaffi, nella vita. Mi ingannò forse l’orgasmo del romanzo. La perversa gioia di innalzare al cielo una sempre meglio intonata, sacrosanta bestemmia. La consideravo la mia trasgressione, sempre accompagnata dalla veloce mano che portava a redenzione. Era il mio viatico ascetico verso forme di una maturazione superiore che non mi avrebbe dato la scuola e che non mi avrebbe dato la famiglia. Appena intonavo la bestemmia, calava la mano. Appena lo rifacevo, lei lo rifaceva. E io pensavo che l’avrei rifatto ancora, tanto prima o poi sarei diventato grande e la mano avrebbe dovuto smettere o se la sarebbe vista brutta.
A diciassette anni, nel millenovecentonovantanove, dopo il primo romanzo, presi la decisione che avrei passato la vita a scrivere. Mi sentivo già la faccia gonfia, ma ne ero contentissimo.

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