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Lettera di un Cristo nero

di Filippo Di Lella
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Pubblicato il 04/08/2020 17:03:05

Vi ho dato il blues e mi avete fatto schiavo, v'ho coperto d'oro e avete venduto la mia terra, vi ho chiesto aiuto e mi darete la Bossi-Fini.
Sono un Lazzaro che non pu alzarsi, una sola mano che applaude, io sono la sconfitta segnata dall'impiccagione.
Bene.
Benissimo.
Lasciatemi solo e io creer bellissime torri d'avorio, draghi e meravigliosi castelli di fantasia e realt, coprir di fiori la foresta; innalzer monumenti alla solitudine ed estrarr la moltitudine dei miei sogni, non petrolio, per regalarli all'immortale candore d'un foglio che si stenda oltre i confini del tempo oppure li guarder spegnersi nell'essenza fumante della loro stessa anima.
Credono di potermi assassinare e invece, nel silenzio, mi lasciano lo spazio per potermi sentire ed espandermi fino a loro tra le zanzare e il buio solitario di questa cella, proprio come una vibrazione che si fa uragano, con la forza spaventosa e misera dell'idea che non pu essere sconfitta.
Mi forgiarono nell'altoforno delle passioni, mi temprarono con il loro fare smargiasso e io, per dispetto, li abbraccio tutti con il pi grande amore che conosco, in legami pi stretti d'un atomo; di pi, sar la loro roccia, un appoggio e un porto sicuro, ho spalle larghe per tutti e li aiuter come posso, li amer come figli e fratelli, con un amore forte, d'acciaio, e pi mi odieranno, pi li amer, maggiore il silenzio che mi getteranno addosso, tanto pi grande la conclamazione del mio affetto per loro.
Avevo fame e mi avete scacciato, avevo sete e avete avvelenato i pozzi, ero nudo e mi avete deriso, pioveva e mi avete mandato via a pedate, ma io vi amer perch ho visto quel che siete, fratelli, sorelle, padri e madri, e ne avete pi bisogno: il grido sordo delle vostre paure non spegner il mio titanico desiderio di abbracciarvi tutti.
Che io sia per voi la potenza cos pura di un'evocazione da perdersi in un soffio, la brezza, la tempesta, il palpitare di sangue e muscoli, la musica dell'universo... Vivere oltre la fine.
Che io sia per voi la morte del toro nel circo o lo spegnersi di un violino alla fine di un concerto, la lama che lacera con raccapriccio la carne o il riverbero della vastit del mare, che io sia quel che sia, orrore e umanit, vesti barbare o barche di lungo corso, felicit, miseria, gommoni disperati, caldo torrido che assale spegnendo i sensi, sia, purch io sia Vivere e non rimpiangere e dignit anzich onore, respirare e perdersi nella voluttuosa spirale d'un profumo e religione dei riccioli che ricadono sul volto languido della malinconia.
Questo ve lo giuro e ve lo giuro mille volte e diecimila altre ancora con pi forza, per gli di del Tartaro e su quanto di pi sacro esiste: il sangue dei figli che bagna questa terra!
Al futuro il nostro epitaffio riporter -qui giace- e nei fiori appassiremo come piccoli ricordi sulle ali delle api, compendio minuscolo e mostruoso del nostro meraviglioso essere, persi alla deriva nel mare impossibile del mio immenso amore per la vita, tra lo sciabordare eterno delle onde del desiderio, crocefissi e profumati come una zagara nel deserto perch ci che uccide il corpo solo una menzogna dell'indifferenza, ma ci che fa vivere le idee il materiale edificato del sacrificio.

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