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Giorno di sole

di Filippo Di Lella
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Pubblicato il 29/09/2022 10:16:17

Dalla tangenziale passano macchine e furgoni, tanti tir, quasi mai gli autobus. L'asfalto e lo smog, le finestre in lontananza dentro cui poter immaginare risate e pianti di bimbi, un supermercato decrepito, la farmacia deserta all'angolo del controviale. È come se il mondo fosse andato avanti senza questo quartiere. Mi immagino tutta una equipe di ingegneri che si occupa della cosa e a fine riunione dice -Ok, con questo è tutto. Dimenticato qualcosa?- -Non mi sembra, andiamo a pranzo.- E poi eccolo comparire lì, l'incubo strutturale. -Be', oramai è tardi, che si arrangino... E il piano regolatore non prevede modifiche. Stasera calcetto?-

Un paio d'alberi nel parcheggio e un parchetto con giostre arrugginite, l'aroma di cumino dalle case al pian terreno e un mendicante che cerca il miraggio di una moneta. Il sole è alto, la birra mi si scalda in fretta. Un anziano ritira lenzuola e rughe dal balcone prima di farsi inghiottire dall'interno; la facciata con tutta probabilità è sua coetanea.

Dei ragazzi giocano con un barattolo sul marciapiede, le loro vecchie magliette mostrano sudore e corpi torniti da chissà quale antica fatica o mestiere, eredità ectoplasmica di una generazione morente. Calzolai, arrotini, manovali, perfino fabbri: la loro dinastia conta al massimo un parrucchiere. Nessun dottore, nessun ingegnere, nessun banchiere.

Mi pare di vederli là, aleggiare assieme ai ragazzi, gli spettri dei loro nonni, zii, dei loro avi, muti e senza denti, con grosse mani callose nei loro abiti rammendati e curvi sotto al peso dell'eternità, al peso del più inquietante peccato stabilito dal mondo: l'anonimato. Guardano e non fanno altro, per loro non più campi da arare o miniere in cui morire, no, per loro l'eterna vergogna del biasimo e l'onta dei vizi; è così, già quasi sbiaditi, che anche quei ragazzi di selvaggia bellezza conoscono anzitempo la legge del vivere, e cioè dello scordarsi e scordarsi finché non si viene dimenticati, ultimi in una gara di primi. Fumano e sanno i doni del sesso, scarpe rotte e schermi accesi; fuochi fatui di un futuro fotocopiato male da ancestrali nulla.

La vicina scuola cattolica che fa da confine al quartiere ha usato il buon gusto di porre i cancelli d'entrata dall'altro lato, cosicché mamme e pargoli non assistano al quotidiano rituale di decadenza e austerità, e il comune, dal canto suo, ha massimizzato l'effetto innalzando palizzate di manifesti elettorali e propagandistici. Nessuno di loro si avventura mai per quelle vie, nemmeno un prete, nemmeno viabilista, forse qualche mamma in cerca d'avventure esotiche o qualche giovanotto a caccia emozioni sintetiche. Nessuno che conosca le vie del lecito o del rispettabile -qualunque cosa sia.

Un uccello volteggia in lontananza, dalle parti del municipio o poco oltre; mi sento bene, finisco la birra e fumo un'altra sigaretta; guardo le spirali vacue perdersi nello stesso vento che fa volare foglie e aquiloni e che si mischia a tutto questo smog. Ho un ragno sulla scarpa e la sensazione di aver sempre vissuto su questa panchina.

Il marciapiede è rimasto vuoto, il barattolo è sparito.

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