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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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I nomi delle cose

Poesia

Giancarlo Baroni
puntoacapo

Recensione di Paolo Polvani
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Pubblicato il 21/08/2020 12:00:00

 

Lanciamo proiettili di fuoco

 

Alcuni autori, quando propongono un nuovo libro, inseriscono testi appartenenti a precedenti pubblicazioni, a significare la continuità, a sottolineare l’ininterrotta corrente che attraversa ogni creazione. In Giancarlo Baroni, anche in quest’ultima opera, I nomi delle cose, sono presenti testi comparsi in altre raccolte, e riaffiora la stessa esigenza narrativa, la stessa vocazione a far balenare i germogli di una storia. 

Si tratta di disegnini appena accennati, embrioni di racconti espandibili a piacere dal lettore, piccole storie tratteggiate a matita, in bianco e nero, come tavole di fumetti.

I battesimi del conquistatore, il testo che dà inizio alla raccolta, apre una profonda riflessione appunto sui nomi delle cose, sul nesso tra potere e nominazione

 

I battesimi del conquistatore

 

Montagne laghi fiumi

mano a mano che procede li battezza

con i nomi della sua lingua.

Da domani sarà proibito

chiamare le cose in un altro modo.

 

 

Il racconto procede con la medesima concisione e speditezza riscontrate in Le anime di Marco Polo, anche qui pochi tratti a delineare le possibilità di una storia, come a suggerire che le potenzialità narrative sono infinite, appunto come i nomi delle cose, come il potere infinito della immaginazione.

 

Il fascino di queste poesie è legato all’atmosfera favolosa che le attraversa, al sapiente dosaggio di avventura e di mistero, a quel tanto di riconoscibile che emerge da ogni sequenza e che viene comunque contraddetto dalle successive, in un continuo mischiare e confondere le carte.

 

Le sezioni, Un seme tra le mani, e La partenza del padre, affrontano il tema della morte con piglio originalissimo, anche qui l’intento narrativo è manifesto, si gioca a carte scoperte, vengono ripercorse le tappe di un evento, dal momento della sepoltura

 

(Depositando per primi una manciata di terra

o spargendo dei fiori

si deve seppellire chi ci è caro,

accertarci che la voragine l’accolga.

Arriverà altrimenti

come un fantasma furioso ad insultarci…)

 

all’incontro e confronto con le altre anime, al giudizio finale, qui ubicato dentro un castello che richiama certe atmosfere kafkiane, col riferimento, che sospetto esplicito, non casuale, al processo, al giudizio, e appunto al castello.

 

La metafora della rinascita è affidata a quel seme tra le mani che accompagna il defunto e che spunta dal suolo, germoglia, cresce, ti fa ombra d’estate, - lo battezziamo col tuo nome gli parliamo -.

 

Scrive acutamente Fernanda Ferraresso a proposito di questo libro:

 

- Polveri elementali, atomi di un universo, che si approssima senza che noi siamo consapevoli di quei suoi corpi, che sono gli stessi nostri, i corpi delle cose, a cui diamo un nome per poterle afferrare, per potercene nutrire, procreando ogni volta un altro modo di assaggiare il mondo che già abbiamo nel corpo nostro, e solo, senza nome, ci conduce fino alla soglia finale dove morire è un cambiarci d’abito. -

 

Uno degli incontri più coinvolgenti che questo libro dona è la poesia che offre una perfetta visione della capacità di inclusione dello sguardo dell’autore, l’attenzione al particolare, al dettaglio, l’ascolto affettuoso e carico di un vivo desiderio di partecipazione, di condivisione di aspetti del mondo e vicissitudini quotidiane:

 

Siete voi che amiamo

 

Siete voi che amiamo

care signore

che stamattina

attraversando questa strada

l’avete profumata di pane.

Sporgeva dalle vostre borsette

come una luna in miniatura.

Sappiamo che tenete

nei portafogli come resto

le chiacchiere del droghiere,

e che per ogni

confidenza scambiata

– per ricordarvi

di scordarla al più presto –

stringete un nodo sottile al fazzoletto.

 

 

Giancarlo Baroni è anche un valente fotografo, e trasfonde nei versi l’abilità di catturare dentro le immagini particolari di preziosi dipinti, di entrare dentro un’opera pittorica e in alcuni casi farne oggetto di gioco, motivo di ironia, come nel caso della Gioconda:

 

Gioconda desnuda

 

Lascia cadere le vesti

si sdraia, le mani dietro la testa

le ginocchia chiuse

lo stesso enigmatico sorriso.

 

 

Gioconda al Louvre

 

Si diverte quando tentano di carpire

un segreto che non esiste;

a luci spente diventa triste.

 

 

In altri invece semplicemente evidenzia un piccolo dettaglio e ne fa oggetto di poesia, pone in primo piano un particolare del dipinto e lo rende protagonista nei versi:

 

Il cagnolino di Tiziano

 

Festoso coi bambini

della famiglia Vendramin

accucciato di fianco ad Eleonora

Gonzaga vestita dalla festa

ai piedi della Venere di Urbino,

il bianco e nocciola cagnolino.

 

In definitiva un libro molto variegato che racconta i molteplici interessi dell’autore e le varie abilità in cui sa cimentarsi, un libro che regala un lungo viaggio nella creatività e nella eleganza.

 


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