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I “iach iach, pěrila, buf baf” di Merlinus Coccaius

Argomento: Letteratura

di Enzo Sardellaro
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Pubblicato il 16/12/2014 18:33:18

Spirito indipendente e libero, Teofilo Folengo mal sopportava tutto ciò che sapeva di paludato e stantio. Uomo di lettere di altissimo livello, intellettuale attento alle cose del mondo e della religione, pur non essendo mai stato  molestato per eresia, dette pur tuttavia adito a sospetti, sia per certe sue affermazioni  (non propriamente ortodosse), sia perché dimostrò in qualche modo una “certa” simpatia per Lutero sia, infine, perché il fratello fu effettivamente indagato per eresia. Come dicevamo, Teofilo Folengo, che nelle sue opere maccheroniche volle chiamarsi Merlin Cocai, latinamente Merlinus Coccaius,  fece del  latino maccheronico la forma privilegiata della sua “protesta” contro la cultura e la società, laica ed ecclesiastica, del suo tempo.  Ciò perché il maccheronico gli offriva gli strumenti più adeguati per fare della satira feroce senza incorrere in eccessive censure. Anche se latino  maccheronico, Folengo usava pur sempre il latino, una lingua di “nicchia”, che si rivolgeva a un pubblico ristretto di intellettuali, in grado di gustarne le sfumature nonché i riferimenti dotti.

 

“Quale sarà stato il suo pubblico?”, si chiedeva diversi anno or sono Bruno Migliorini. “Non certo di laici, urbani o rustici, ignari di latino, ma di persone in grado di gustare almeno alcune delle sue innumerevoli allusioni a Virgilio, a Ovidio, ad altri scrittori classici”. Chi, continuava B. Migliorini, avrebbe potuto apprezzare adeguatamente l’espressione “Veteres migrate fasolos”, se non quanti conoscevano il “Veteres migrate coloni” di Virgilio? (1).

 

Come dicevamo, Folengo,  attraverso il maccheronico,  si prendeva non solo delle “libertà stilistiche”, ma anche qualche “vendetta” nei confronti della cultura ufficiale, deformandone il volto con esiti linguistici esilaranti. Quanti, “immerite”,  godevano agli occhi del mondo di fama e rinomanza, per Merlin Cocai erano soltanto dei “lecconi”, che è come a dire “scioperati perdigiorno”, golosi,  ruffiani e adulatori.   Il suffisso  “(l)-ecchus”, che intuitivamente rinvia ai lecchini e ai “leccardi”,   delinea  i contorni di figure di grande prestigio sociale. Così il pomposo quanto fatuo “astrologo”, sotto la penna arroventata  di Merlinus Coccaius diventa  un risibile “stro-lecchus” (2), che, fuori del suo misterioso  mondo, alla stregua d’altri personaggi illustri,  come i “cantori”, e  i “poeti”, scioperati e voraci mangiatori,  alla fine  affidavano le loro auguste ganasce   alle mani  sapienti del barbiere, che,  a tempo debito,  esercitava  anche la nobile arte del dentista, cavando denti a dritta e a manca con le sue temibili “tenais” [=tenaglie]. I barbieri,  “quibus officium non dico radere barbas, sed de massellis dentes stirpare tenais” [i barbieri, il cui ufficio, dico, non è soltanto quello di radere le barbe, ma anche  d’estirpare i denti dalle mascelle con le tenaglie] (3).

 

Ad essi, i barbieri, si affidano, all’unisono, cantori, poeti ed astrologi: “Quisque poeta, uni, seu cantor, sive strolecchus, barbero subiectus, ibi saepe oyme frequentat” [ e così, ahimè, che sia poeta, cantore o astrologo, tutti son soggetti al barbiere, e qui te li ritrovi molto spesso], mentre  le loro urla (alla stregua dei loro “canti et vaticinii”) salgono in alto, fino a raggiungere i  cieli: “unde infinitos audis simul ire cridores/ad coelum” [per cui odi salire al cielo all’unisono infinite e strazianti grida] (4).  La dissacrazione del “sacro” è compiuta, e  Merlinus si prende le sue “vendette sulle arti del discorso, castigando, per una specie di contrappasso, i colpevoli nella bocca, dove appunto hanno maggiormente peccato. [Una]  bizzarra invettiva contro la vanità delle scienze e delle arti, che Folengo conduce nei modi dell’invenzione comica” (5).

 

Allo stesso modo, il “Prologo”, elemento “principe” dell’arte teatrale del nostro Cinquecento,  di cui si faceva più che un uso, un vero e proprio “abuso” nella commedia  da parte degli immancabili  pedanti, si trasforma,  sotto l’irriverente satira di Merlini Cocaii, in un magnifico “Pro-leccho”, ovvero in una seducente “leccata”  “pro” ( a favore del ) pubblico per ingraziarselo. “Proleccho”, fratello  “ deforme” della più nobile “captatio benevolentiae”, come avrebbero detto i dottissimi retori.  “Et mihi nescio quo vis predicare proleccho?” [“ Vuoi forse propinarmi un prologo?”] (6). Anche i pedantissimi retori non sono risparmiati dall’irriguardosa satira di Merlinus, tanto che la sempre paludata  e onorata retorica (o “rettorica”, come si diceva ai bei tempi di Merlinus) , subisce una rapida quanto inopinata   metamorfosi  verso la “Rethori-cagas ”: “Quid … mihi tantum rethoricagas?” [Perché mi “caghi” tanta retorica?”].  E lo stesso “significat”, verbo nobilissimo e sacro ai retori, col quale si spiegavano gli arcani  degli antichi, si trasforma  in un “indecoroso”  “Signifi-cagat”: potenza dello stile comico, avrebbe detto Dante (7).

 

La cultura “accademica” è pertanto letteralmente ridicolizzata, e il “perfido”  Merlinus  le “dat pro pane fugazzam” [“le rende pan per focaccia”] (8). Sicché i tanto frequentati  e nobili “madrigali” dei poeti cortigiani  variano e scivolano  nei meno eleganti ma spassosissimi  “Merda-gallibus” (9). Neppure i medici sono risparmiati, per cui il medico è definito, secondo la pronuncia popolare, “medecco”, senza però la “l”, per cui ne sarebbe sortito un “ mede(l)ecco”, che  sarebbe andato a colpire di “lecchinaggio”  uno tra i più affezionati  frequentatori del pubblico di Merlin Cocai, costituito, come sottolineava B. Migliorini, da “ ecclesiastici, medici, notai”. Comunque neppure i medici se la cavano a buon mercato sotto la penna di Folengo, assimilati a dei veri e propri “succhiasangue”. Infatti,  Il suffisso  “–[l]ecco” s’attagliava perfettamente agli animaletti più fastidiosi e succhiatori, ovvero i “pulecchi” (sing. puleccus”), cioè a dire le piccole pulci: “ La forma parossitona “prolecco” va accostata a “medeccus” [accusativo “medeccum”)  e “puleccus” (pulce) (10). Talvolta per i medici va ancora peggio, perché definiti  “merd-ecchi”: “La solita tendenza del Folengo alla scatologia (come merdecchi per medici e simili), indispensabile del resto alla sua violenza espressiva e alla vis della sua comicità” (11).

 

Libertà di spirito e di pensiero: questa fu la caratteristica peculiare di Teofilo Folengo, che, attraverso il maccheronico si prese  gioco di tutti, ma ben al riparo  d’una lingua “culta”, compresa da pochi, ma  che proprio in forza di essa  molti erano disposti a perdonargli praticamente tutto, ridendo con il poeta.

 

No, Merlinus non era un eretico “patente”, ma un uomo estremamente cauto, che però aveva il vezzo di far intendere ( a chi sapeva intendere) che egli aveva “capito tutto”, ma che al tempo stesso non era disposto a pagare un prezzo eccessivamente alto per questa sua “intelligenza” del mondo e delle cose. Non era facile per niente  “incastrare” Folengo con accuse di eresia, perché il “mago”  Merlinus sapeva usare la lingua maccheronica con sottigliezze che letteralmente sfuggivano a tutti, o quasi. Prendiamo questo verso a mo’ d’esempio:  “Ecce preti et frati, cum cottis cumque capuzzis cantantes veniunt infrotta boatibus altis: “Eu oe iach iach, eu oe, pirila, buf baf” [ Ed ecco preti e frati, con le loro cotte e i loro cappucci che vengon cantando in frotta con alte grida: “Eu oe iach iach, eu oe, pirila, buf baf] (12) . Ebbene, anche dopo molti secoli,  in essi Ettore Paratore non ci trovava pressoché nulla di “eretico”: “Non direi che si diano precise intenzioni di satira degli ecclesiastici nel quadretto del libro XXIV, 174-76 : Ecce preti et frati, cum  cottis cumque capuzzis, cantantes veniunt infrotta boatibus altis : — Eu oe iach iach, eu oe. pìrila, buf baf.” (13). In realtà  il commento più acuto a questi versi resta quello di Cesare  Federico Goffis : “ Al grido bacchico (Eu oe) seguono due ‘ragli’  spondaici (iach iach), mentre negli ultimi due piedi c’è un “rutto eufonizzato” (pìrila) e infine due note (buf baf) ‘di macaronica flatulenza’” (14).   Cesare Federico Goffis dunque ci svela che in quei preti e quei frati Folengo  intravvedeva una turba spregevole di gente che, (indegnamente) per l’abito che indossava,  emetteva ragli d’asino, rutti e certi suoni  (buf baf) che il LEI (=Lessico Etimologico Italiano) definisce come  “'soffi emessi con forza”, vale a dire “corregge”.  “ ‘Bouf-elà vale assolutamente ‘scorreggiare’  e ‘boufélou”  ‘ chi scorreggia’” (15). Se non è “satira antiecclesiastica” questa, non saprei proprio cosa sia mai  la “satira antiecclesiatica”. 

 

 Folengo forse  non fu compreso sino in fondo  da tutti, ma  era sicuramente apprezzato  da molti, e non tra gli ultimi. Non per nulla Merlinus e il maccheronico piacevano  tanto ad un altro famoso “eretico”, Giordano Bruno (16), a cui però le cose andarono tutte di traverso . Ma Merlinus Coccaius, al contrario, sapeva vivere, anche se, ogni tanto, entrava in una qualche più o men profonda crisi spirituale. Egli infatti  aveva trovato, attraverso il maccheronico,   la via più sicura per dire ciò che pensava, ridendoci sopra, per soprammercato:

 

“Dum Pomponazzus legit ergo Perettus et omnes/ voltat Aristotelis magnos sotosora librazos/, carmina Merlinus secum macaronica pensat/ et giurat nihil hac festivius arte trovari” [ E così,  mentre Pomponazzi compulsa il Peretto, e mette sottosopra i libroni d’Aristotele, Merlino pensa e scrive in maccheronico, e giura e spergiura che nulla si possa trovare nel mondo  di più spassoso di quest’arte”] (17).

Forse Giordano Bruno avrebbe dovuto meditare più a fondo la grande lezione di Merlin Cocai, al secolo Teofilo Folengo (1491-1544), anzi, Girolamo, anzi, meglio ancora “Merlinus Coccaius de Patria diabolorum” (della patria dei diavoli) (18)

 

Note

 

1)            B. Migliorini, “Aspetti rusticani del linguaggio maccheronico del Folengo”, in “Atti del Convegno sul tema: la poesia rusticana del Rinascimento”, Problemi attuali di scienza e di cultura, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, Quaderno n. 129, 1969, p. 173.

2)            “Baldus”, XXV, 631.

3)            “Baldus”, XXV, 628-629.

4)            “Baldus”, XXV, 631-632, e 637.

5)            G. Parenti, “Phantasiaplus quam phantastica e l’spirazione del ‘Baldus’”, in “Le tradizioni del testo. Studi di letteratura italiana offerti a Domenico de Robertis”, a cura di F. Gavazzeni e G. Gorni, Napoli, Ricciardi, 1993,  p. 160.

6)            “Zanitonella”in “Opus Merlini Cocaii Poetae Mantuani Macaronicorum, Amsterdam, 1692, p. 28.

7)            Per “rethoricagas”, cfr.   “Opus Merlini Cocaii Poetae …”, cit. “Zanitonella”, p. 28. “Antiqui dicebant significagare … pro significare” [Gli antichi dicevano “significagare” per “significare”], in  “Opus Merlini Cocaii Poetae …”, nota a margine, p. 28.

8)            “Baldus”, XXV, 411.

9)            “Baldus”, XVI, 519.

10)         M. Zaggia, “Maccaronee minori”, Torino, Einaudi, 1987, p. 28 e “Glossario”, p. 780.

11)         “ I maccheronici prefolenghiani”, in appendice a “Opere di Teofilo Folengo”, a cura di C.  Cordié, Milano-Napoli,  Ricciardi, 1977, Vol. I,  p. 421.

12)         “Baldus”, XXIV,  175-176.

13)         E. Paratore, “Le maccheronee di Teofilo Folengo”, 1956,  p. 223 nota 40.

14)         C. F. Goffis, “Roma, Lutero  e la poliglossia folenghiana”, Pàtron Ed., 1995, p. 126 nota 11.

15)         Cfr. “Lessico etimologico italiano: LEI”, 1979,  p. 390.

16)         “Or qua te voglio, dolce Mafelina, che sei la musa di Merlin Cocaio”. Cfr. G. Bruno, “La Cena de le Ceneri”, a cura di G. Aquilecchia, Torino, Einaudi, 1955, p. 121.

17)         “Baldus”, XXII, 129. Lo stesso Folengo definì in questa maniera “l’arte maccheronica”: “ Quisque es, o tu, qui meum hoc grossiloquum perlegendum volumen ridere paras, ride, sed non irride […] Ars ista poetica nuncupatur ars macaronica a macaronibus derivata, qui sunt quoddam pulmentum farina, caseo, botiro compaginatum, grossum, rude et rusticanum ; ideo macaronices nil nisi grassedinem, ruditatem et vocabulazzos debet in se continere” [ Chiunque tu sia che stai per leggere questo mio libraccio rude e  grossolano, preparati pure a ridere, ma stai bene attento a non irridere […] Questo modo di comporre è detto “poesia maccheronica”, e il suo nome deriva dai maccheroni; si tratta d’una pasta di farina, formaggio e burro,  roba da poveri contadini; pertanto, il “parlar maccheronico” deve contenere soltanto cose  grossolane e parolacce], Cfr. “Merlini Cocaii in sui excusationem”, in  “Le Maccheronee”, a cura di A. Luzio, Bari, Laterza, 1911, Vol. II, p. 284). “Ma stai ben attento a non irridere”,  cioè a prendere sottogamba l’arte maccheronica, avvertiva, quasi minacciosamente,  “Merlinus”, perché qui ci sono cose forse più grandi di te.

18)         C. F. Goffis, “Merlinus Coccaius de Patria diabolorum”, in  “L’Italia che scrive”, 1943, XXXIV, marzo-aprile 1943, p. 50.

 

 

 

 

 

 

 

 


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