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Si immaginò la morte

di Pietro Menditto
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Pubblicato il 30/10/2012 15:28:12

Un colore che non somiglia a nessun altro

come lo stendi davanti alla platea innumere?

Il mondo vuole l’immagine del cerchio

la somiglianza del giro a vuoto per gridare ‘dio’

sulla testa dei vicini, per i patti coi lontani.

 

Un colore che non somiglia a nessun altro

non si può partorire, arroventa l’alfabeto

fino a fonderne le lettere del tutto, in tutto.

Un colore che non somiglia a nessun altro

                 a niente somiglia.

 

Perciò si immaginò la morte

come uno sparecchiare la tavola.

Il pranzo o l’ultima cena sono finiti.

In alcuni piatti non è rimasto nulla,

in altri affiorano bocconi frastagliati,

i bicchieri e le bottiglie sono svuotati,

le fette di pane mutile a caso

e un senso di disfatta o di fine delle ostilità

si è impadronito della scena.

 

Si immaginò la morte come quelle mani

che si infilano tra le teste di chi ha finito,

leste decise e serpentine e, sopra, facce

severe e contegnose da musicanti

che suonano per l’ennesima volta

un pezzo logoro del loro repertorio…

Quelle mani che piombano tra le teste

dei commensali e non badano a nessuno,

solo a liberare la tovaglia che poi sarà scossa

per ripulirla dalle molliche e poi come un sudario

sarà lavata e profumata per il prossimo

pranzo o la cena che non sazierà.

 

E alla fine si immaginò la malinconia

di chi deve alzarsi per chissà dove e prende

dalla tovaglia prima che sia levata

ancora qualche briciola e la tiene tra i denti

e poi la biascica piano mentre nella sua mente

si affollano i quadri di tutti i pranzi e le cene

che prima di quell’ultima volta non lo hanno

saziato e invece di riempirlo lo hanno svuotato

perché così ci si deve sentire dopo ogni esistenza

dopo la farsa sfinita di ogni sopravvivenza.


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