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Riflessioni di uno scrittore con le scarpe rotte 8

di Stefano Saccinto
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Pubblicato il 14/11/2011 16:18:36

La mia visione mi folgorava ad intermittenza. La mente era sezionata dalle chirurgiche lame del tempo che cadevano, impietose delle mie proteste, nelle mattinate invernali in cui gli accenni di un vero risveglio si presentavano solo quando i primi steli dei salici mi sfioravano i capelli. Fino ad allora non ricordavo dov’ero stato, in quali sconosciuti luoghi dell’inconscio avevo riposato. Poi apparivo, lungo il viale dagli alberi magri che scendeva verso la fermata del pullman, come un silenzioso punto in movimento che percorreva uno scenario vuoto e gelido, tentando di proteggere il viso dalla corrosività dell’aria glaciale della notte non ancora terminata.
Le prime forme di vita erano visibili nei pressi della fontana vicino alla fermata. Io le guardavo da lontano e già mi venivano le paranoie: saltavo di forza giù dal letto nei momenti più teneri del sonno per ritrovarmi ad aspettare insieme ai tristissimi uomini-azienda il pullman sostitutivo del treno che aveva il colore grigio scuro tipico delle gite, con una gigantesca scritta ciclamino stampata sulle fiancate.
Il popolo della fermata era composto di umani con giacche, maglioni e pantaloni a coste dai colori che ispiravano tentazioni suicide che si abbinavano con elegante mestizia ai loro volti, gente da una vita in attesa della pensione, impiegati che ogni mattina prendevano questo pullman e saltavano sul treno coincidenza per Bari appena giunti a Barletta. Tutti i giorni della settimana. Sempre alla stessa ora. Tutto rievocava una sensazione di squallidi corridoi dai colori acidi, bambini decerebrati e cimiteri posti oltre un fiume. Mi riportava alla mia infanzia, a quando, da piccolo, di notte, portavo la mia mente in bilico sulle voragini dell’inconscio e la costringevo a guardare in basso mentre urlava dal terrore.
Seduto con la schiena premuta contro la spalliera del letto e le mani schiacciate sulla bocca per non urlare, ripercorrevo tutte le immagini più spaventose che avevo raccolto nei miei primi anni di vita e a forza di immaginare teste rotolanti sui muri e improvvise apparizioni di donne ossute sghignazzanti nel buio della notte, venute a torturarmi, finiva che cominciavo a vederle per davvero. Questa era la mia perversione.
Mia madre e mio padre non sapevano più come fare. La loro ossessione era diventata la mia voce illanguidita dal pianto che nelle impensabili ore del riposo filtrava l’oscurità fino alla loro camera.
- Mamma… ho paura…
Ogni volta sentivo un fruscio di lenzuola infastidito e con la santa pazienza mia madre si alzava, con gli occhi pieni di sonno e veniva da me.
- E di che cosa hai paura? – ogni notte sempre la stessa domanda. Delle teste rotolanti, diglielo.
- Non lo so.
Sapevo che c’era qualcosa che incombeva su di un indifeso bambino che dormiva, qualcosa di terribilmente spaventoso che approfittava del buio per affacciarsi alla mia mente per tentare di mangiarla. Pensavo di essere pazzo. Era la donna ossuta, non sapevo perché mi odiasse, ma continuava a torturarmi, erano le teste rotolanti e il corpo volante dell’uomo senza braccia e senza gambe col cappello a cilindro. Ogni volta iniziava tutto quando le pareti cominciavano a rilasciare sangue che si riversava verso il battiscopa. L’entrata del tunnel era così conformata. Poi seguivano il resto delle visite. Era troppo complicato per spiegarlo a mia madre.
- Non è possibile che non sai di che cosa hai paura.
- Neh… quel film che ho visto – cominciavo a piangere.
- Ma quello non esiste, è solo un film. Se tu la smetti di immaginare…
- Non ci riesco… Posso dormire di là stanotte?
Mia madre aveva troppo sonno per continuare a discutere. Alle volte si metteva vicino a me per un po’, finché non mi addormentavo. Mi accarezzava i capelli. Io smettevo di avere paura, ma sapevo che prima o poi se ne sarebbe andata e la paura tornava. Altre volte si innervosiva fino a digrignare i denti. Poi alla fine mi faceva andare di là. La parte dura era stare a discutere con mio padre, ma durava poco, finché non si girava dall’altra parte, disinteressandosi del resto, ma sempre con indignazione. A me non importava: per un’altra notte i pazzi visitatori si sarebbero dovuti accontentare di mia sorella che restava sola nella nostra camera.
Di tutte le cose incoraggianti che mia madre cercò di dirmi in quelle notti, una divenne il mio motivetto rassicurante. Era una cosa semplice da ricordare e a volte aveva la sua efficacia e faceva più o meno così:
- Pensa alle cose belle.
Le cose belle, io non sapevo di preciso cosa fossero, ma nella mia fantasia rappresentavano un luogo a cui si accedeva attraverso tortuosi percorsi immaginativi. Ci provai ogni notte, da quando lei me le presentò, ma la volta in cui le raggiunsi davvero non fu né di notte e né come esorcismo contro le mie paure. Fu nell’accecante bagliore solare dell’estate in cui cominciai a scrivere. Era l’estate degli otto anni e la fantasia patinava ogni angolo della realtà accendendola di sensazioni e cancellando qualunque preoccupazione la mia giovane vita potesse darmi. Guardavo il mondo estasiato dalla sua bellezza e non riuscivo a capacitarmi di come la notte si trasformasse in quella cosa spaventosa che non mi permetteva di prendere sonno. Le cose belle erano arrivate ed io per non perderle e per trattenerle oltre il tramonto, decisi di scriverle, su un quadernetto delle elementari, raffigurandole con un disegno accanto.
Ma servivo, come diceva Hemingway, un padrone di giorno ed un altro di notte. Le visite nella mia cameretta continuarono e, anzi, si incrementarono delle nuove influenze macabre che film, racconti o pubblicità portarono al popolo notturno. Contro il buio non avevo alcun potere. L’unica minuscola rassicurazione era data dalla coperta invisibile che Gesù mi stendeva addosso quasi tutte le sere. Ma a volte se ne dimenticava e in quei casi mi toccava strisciare sul pavimento fino alla camera dei miei genitori per poi cogliere il momento opportuno per infiltrarmi sotto le coperte.
Pensare alle cose belle non bastava. Sapere che esistevano, da qualche parte, non poteva salvarmi dai miei tormenti. Avevo bisogno di raggiungerle e di farne il mio riparo e successivamente di trovare il modo di portarle sempre con me, di poterle evocare a comando. Mi creai degli alter ego e cominciai a cambiare la realtà in tutti i modi possibili. L’immaginazione aveva un’efficacia enorme, ma aveva bisogno dei suoi strumenti. Chiesi come regalo per quell’anno una macchina da scrivere, sicuro che non l’avrei avuta perché costava troppo. E invece a un certo punto, non ricordo bene quando, arrivò, verso i nove anni.
Per combattere la paura iniziai ad attaccarla scrivendo. Pensavo: scrivere mi salverà. E col passare del tempo le cose migliorarono. Sconfissi progressivamente tutti i miei visitatori. La più dura a morire fu la donna ossuta e spesso le pareti ripresero a grondare sangue. Ma avevo le mie cose belle a cui pensare e dovevo pensarci per forza perché dovevo scriverne.
La fantasia poteva spingermi oltre un abisso d’orrore o ergermi verso le mastodontiche bellezze concettuali che la vita offriva. Mostri e cose belle avevano la stessa matrice. Le prime forme di scrittura rappresentarono una solida gabbia, ma, di tutte queste fantasie, non riuscivo ad avere il controllo totale. Mi mossi nella vita alla ricerca delle fruste più adeguate per non soccombere schiacciato dai miei stessi mostri.
Ritrovarmi a vent’anni a viaggiare da solo con gli uomini azienda era come affrontare i miei incubi dell’infanzia. Loro erano i nuovi visitatori. Adesso andavano in giro di giorno ed ero io a raggiungerli. La fermata era la loro ed io me ne servivo, deridendoli di tutte le torture di un tempo. Sorridevano come se avessero ormai smesso da tempo di pensare. Erano contenti del loro tempo che avevano dato in affitto perenne, erano contenti delle loro vite che si erano consumate lentamente tra quattro mura nei grigi inverni a fare chissà cosa nell'esasperante alienazione di far arricchire qualcuno più furbo o più fortunato di loro. Ed io cavalcavo la strada con loro, sul pullman che avrei voluto bruciasse come in un rogo per tutto il tragitto.
Col passare dei giorni mi scoprii ad essere sempre più attento ai loro discorsi. Alle volte mi ritrovavo con un pugno sotto il mento e il gomito appoggiato sullo schienale davanti finché qualcosa nella mia mente non mi ammoniva:
- Che fai?
- Io... io... non lo so. Anzi sì, ma è incredibile: li sto studiando – gli esperti la definivano etologia umana. Perché mi comportavo da etologo?
Provai a darmi una risposta: gli uomini-azienda lavoravano a un centinaio di chilometri lontano da casa, erano grigi e categorici e non sapevano fare le battute. Tutto il loro mondo ruotava intorno a pochi, piccoli assi che per loro dovevano rappresentare risultati enormi di complicatissimi calcoli geometrici. La famiglia. Il lavoro. Gli hobbies. Erano mai stati bambini? Irrimediabilmente non ne avevano più alcun tratto. Profondevano banalità, era la loro teoria di vita e nella banalità marcivano perdendo quasi perfino le ultime sembianze umane.
Non avevano nulla di bello, neppure l’umiltà con cui stavano seduti o si voltavano a parlare tra di loro nel pullman. Perché non erano neppure rassegnati. Erano appagati. La cosa di cui discutevano con maggiore veemenza era una fantozziana gita aziendale per cui non stavano più nella pelle e tutti quanti avrebbero desiderato come regalo per il loro trecentocinquantesimo compleanno gli occhiali a raggi X per scoprire finalmente cosa si celava sotto le vesti dell’unica donna-azienda.
Io non li disprezzavo. Era gente perduta nelle sue fissazioni, non poteva essere liberata. E fisicamente non li temevo, non rappresentavano minacce di atroci sofferenze, come gli antichi visitatori notturni. Ma iniettavano una sottile paura tutta psicologica che non avevo mai provato prima di allora. Sembravano i portatori di un virus mentale che poteva infettare chiunque avesse abbassato la guardia. I compiti aziendali, l’organizzarsi per la puntualità, l’annullamento di qualsiasi divagazione estetica, l’ordine con cui erano sistemate le loro borsette da lavoro, mi apparvero come sintomi di una grave malattia incurabile. E io non volevo prenderla. Non avevo ingabbiato le paure dell’infanzia per diventare un uomo-azienda. Questo era certo. La vita aveva un retroscena più epico che questi uomini non dovevano aver colto. I miei occhi puntavano a quel retroscena.

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