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alle ore 17 presso il Villaggio Cultura – Pentatonic
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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MicroMega - Almanacco di Filosofia

Rivista

Aa. Vv.
Gruppo Editoriale l’Espresso

Recensione di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 29/05/2012 12:00:00



Contributi di Flores d’Arcais, Mancuso, Pievani, padre Coyne, Diamond Pogge, Beeck, Rosanvallon, Lefort, Rawls, Van Parijs, Corradetti, Ferraris, Viano, Semprìm.
Come ci avverte Hannah Arendt già nel frontespizio: “La libertà di opinione è una farsa a meno che non venga garantita l’informazione fattuale e i fatti stessi non siano sottratti alla controversia”. Che dire? La controversia è insita nell’opinione, altrimenti che opinione è? In realtà quella aperta tra Paolo Flores D’Arcais e Vito Mancuso nel testo d’apertura “Il caso e l’illusione: Dio e l’anima immortale di fronte al tribunale della scienza” si pone su questa scia nella convinzione che “nulla possa essere ragionevolmente affermato che contraddica ciò che oggi la scienza ci dice. Penso che in realtà condividiamo anche alcuni valori essenziali etico-politici, non però il modo di «fondarli». E oltre a questo dissenso –non l’unico in verità – sul fondamento della morale ci dividiamo sulle due convinzioni esistenziali più profonde: l’esistenza di Dio e di un’anima immortale” . Concentrati sui dissensi pur esistenti e profondi fra i due, che in verità si dibattono in modo tutt’altro che ‘arrendevoli’ assistiamo a una schermaglia tutt’altro che ortodossa, anzi dire piuttosto eterodossa e ingenerosa perché superflua: “Tu credi in Dio e nell’anima immortale, io no”. Ma se un’affermazione come questa porta ad accendere ancor più la controversia, è maggiormente interessante andarsi a leggere come i due si conducono nel labirinto che hanno appena scoperchiato e che chiede di essere percorso (da entrambi) fino in fondo, ben inteso dopo aver raggiunto il centro della ‘questione’ filosofica-verbale-letteraria, affatto facile, e non solo perché si trascina da millenni. “Un’ipotesi superflua è un’ipotesi inammissibile?” È la domanda, cui anche noi vogliamo e dobbiamo rispondere, se non altro per confermare una possibilità di accesso a quella libertà (alla controversia) cui si riferiva Hannah Arendt all’inizio. Quindi andiamo a posizionarci tutti (noi lettori) sulla stessa linea di partenza dei due autori pronti ad entrare nel labirinto ma prima controlliamo bene che nessuno, e dico nessuno soprattutto Flores d’Arcais, novello Teseo, che non nasconda da qualche parte il filo di Arianna. Sarebbe per lui fin troppo facile raggiungere per primo il centro della ‘questione’ e uscire vittorioso dal labirinto, dopo averci detto che in fondo il Minotauro/Dio “era soltanto un’ipotesi superflua”. Sarebbe come se il viaggio labirintico mirasse a quella sorgente che è anche “la scaturigine radicale del senso e del linguaggio; quel cammino spirituale che accetta e conduce fino in fondo la grande sfida iniziatica di morire-per-rinascere”. Questo intende Kerényi quando scrive che, “per risvegliare la realtà mitologica del labirinto dobbiamo immaginarcelo dentro di noi, e trasferirci in esso”. Tuttavia l’autore riafferma la sua fiducia umanistica quando asserisce che il mondo della mitologia è “un mondo dell’uomo”: un mondo cioè, “totalmente orientato sull’uomo” (insieme filosofico e storico-religioso). Noi quindi, l’uomo (sapiens, sapiens?), viene da chiedersi? Bene risponde Vito Mancuso: “Sulla base della scienza non si può costruire alcuna metafisica, ma non si può neppure distruggere alcuna metafisica”. E noi? L’essenziale è la profetica/poetica certezza che il labirinto è un passaggio, un attraversamento e che, in fondo, come oscuramente sa “la vita stessa”, una soluzione si troverà, una via d’uscita c’è pur sempre. Se non dalla metafisica, certamente dalla filosofia per quel diritto/dovere che abbiamo di sopravvivere.
Di grande interesse “Evoluzione e contingenza” di Telmo Piovani, il quale ci pone davanti a un’altra quaestio non meno drammatica della precedente: “In questo quadro, che fine fa l’idea di Dio? È possibile pensare un Dio che non abbia previsto le conseguenze della sua stessa creazione? Un Dio, dunque, dell’immanenza e della contingenza? Per l’ex direttore della Specola Vaticana, è l’unico Dio pensabile. Come dire che è l’unico Dio possibile (?) “Vorrei premettere fin da subito – egli dice – un punto fondamentale: nella migliore tradizione giudaico-cristiana, ogni qualvolta noi parliamo di Dio finiamo semplicemente per balbettare (..) essendo di conseguenza spinti a rispondere in qualità di creature di Dio, viventi e intelligenti”. È davvero così, alla fin fine sembriamo tutti balbuzienti, finanche Dio stesso, per quello che ci dicono di Lui, sembra rifarci il verso, quasi Egli fosse lo stesso eroe del labirinto che si spinge audace verso la morte, in cerca dell’uscita per una-nuova-rinascita. E alla fine “solo il sapiente non si lascia ingannare dall’enigma: lui solo sa ingannare l’inganno, sa trovare la via d’ingresso, sa riconoscere il luogo della “svolta” per il ritorno. La “svolta” è facile, la via del labirinto non è ingannevole, questo eroe può gioire del labirinto, per lui il “passaggio è sicuro”, il poros conduce al di là dell’ostacolo, discioglie l’enigma dell’aporia” (Corrado Bologna). È possibile lo scioglimento dell’enigma, lo svelamento del mistero? “Le idee religiose non sono sorte come risposte alle domande; le religioni non sono soluzioni di problemi: esse aumentano piuttosto i possibili problemi del mondo, e in modo considerevole, diventando presupposti di questioni e risposte”. A noi quindi non rimane che il dubbio di affidarci alla cieca volontà di Teseo, alla sua supremazia, soprattutto quando afferma che nell’idea di Dio non è prevista alcuna conseguenza alla sua stessa creazione, e che Dio, dunque, sopravvive nell’immanenza e nella contingenza di quanti di noi hanno chinato la testa alla sua supremazia di Eroe vincitore sopra tutto e contro tutto, se non addirittura contro se stesso. Oppure, affidarci a quel “libero arbitrio” insito/intuitivo che ci vuole – come appunto affermava Hannah Arendt, per la quale “La libertà di opinione è una farsa a meno che non venga garantita l’informazione fattuale e i fatti stessi non siano sottratti alla controversia”. E questa non è più filosofia, quanto invece è metafisica, cioè pura invenzione pre-intenzionale.
Va qui detto che gli interventi che seguono su “L’origine e il futuro dei diritti umani” di Jared Diamond, “Lo scandalo della fame” di Thomas Pogge, “Mondializzare i diritti umani” di Ulrich Beck, “Sulla democrazia” di Claude Lefort e “Dialogo sull’Europa” di Philippe Van Parijs, non fanno che evidenziare quelle che sono le autentiche necessità dell’intera comunità umana di oggi che abbisogna di qualcosa di più “terreno” su cui far affondare le proprie radici per una rinascita sostenibile anche “spirituale” che vede il comportamento di Dio (soprattutto del Dio cristiano) coerente e responsabile all’interno di una Chiesa che va incontro alle genti non con l’arroganza della spettacolarità, quanto con l’umiltà francescana del puro amore per l’amore. Ma forse è chiedere troppo, la lucidità patinata della Chiesa non ha ampliato il dialogare di Cristo, l’ha solo imposto e continua a farlo sbagliando, mentre invece dovrebbe spalancare le braccia alla innovazione e alla scienza, perché solo in questo modo sarà in grado un giorno di abbracciare la vera grandezza di Dio. Faccio qui riferimento al testo “Solo la fratellanza ci può salvare” di Jorge Semprùn in conversazione con martin Legros, che ci permette, se non una rivalsa, di riprenderci almeno quella speranza di cui questa società sente più il bisogno. È dunque questa la direzione in cui bisogna andare, tutti su un’unica strada, partenza/arrivo, che attraversato il labirinto abbandoni “Le debolezze del ‘pensiero debole’” di Maurizio Ferraris e C. A. Viano, per “mettere in relazione il mondo della scienza (della filosofia, della creatività, della poesia), con quello del (buon) senso comune”.
Come lo stesso M. Ferraris afferma in chiusura del suo articolo: «La grande accusa mossa ai filosofi di aver “sempre offerto giustificazione alle finzioni”».





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